Se l’idea di abitare a Nuuk, la capitale della Groenlandia, o a Ilulissat, la città degli iceberg, sembra estrema, per trovarla quasi confortevole basta seguire Ilona Wisniewska nella sua rotta verso Qaanaaq e Siorapaluk, terre così vicine all’Artico che a viverci sono sempre stati in pochissimi: si chiamano Inughuit, per noi «il popolo indigeno più a Nord del mondo», nella loro lingua (praticamente solo orale) «grandi persone». Gli stranieri sono invece Kadduna, da
qa’ddu, il sopracciglio e naaq, la pancia, perché «erano tradizionalmente associati a una folta peluria sul viso e a un girovita abbondante». Wisniewska, polacca innamorata del Grande Nord, va a trovare gli Inughuit perché stanno scomparendo ed «è l’ultima occasione per conoscere una cultura antichissima», e il risultato dei suoi mesi trascorsi lassù, inclusi quelli del buio senza tregua, è il libro-reportage Bagliore (Iperborea, pagg. 278, euro 20), che raccoglie anche le sue bellissime fotografie.
Le fonti di sostentamento degli Inughuit sono le foche, i trichechi, gli orsi polari, gli halibut, i gamberetti (magari scovati nella pancia di una foca e quindi già fermentati, una vera leccornia) e le volpi artiche, che cacciano da circa un millennio, poiché il leggendario popolo di Thule, di cui sono i discendenti, approdò in queste zone intorno al Mille. Allora ovviamente c’erano anche le balene, in cima alla classifica di ciò che era necessario per la sopravvivenza. Necessari sono anche i cani, indispensabili per spostarsi sulle slitte e per cacciare, e che vanno nutriti a loro volta, un compito impegnativo visto che alcuni ne possiedono fino a una ventina. E poi c’erano i meteoriti di Sassivik, tre enormi massi parte del cosiddetto (da noi) «meteorite di Capo York», mentre per loro sono sempre stati «la Donna, la Tenda e il Cane» caduti dal cielo: li hanno utilizzati per fabbricare coltelli e punte di arpioni fino a che nel 1894 è arrivato Robert Edwin Peary, l’esploratore americano con la fissa di appiccicare il proprio cartellino al Polo Nord, ed è riuscito a portarseli a casa, insomma a rubarli, trascinandoli sulle navi e rivendendoli al Museo americano di Storia naturale per quarantamila dollari (usati per gli studi della figlia).
Per gli Inughuit del Nord della Groenlandia la vita non è mai stata agevole (nemmeno oggi hanno l’acqua corrente e le fogne) e dal ’600 è peggiorata a causa di una glaciazione che ha isolato il loro territorio; e così hanno sviluppato le loro tradizioni, le loro tecniche di caccia e la capacità quasi unica di sopravvivere in un ambiente estremo, ma hanno anche perso quella di navigare in kayak e, perciò, di cacciare in mare. Morale: a metà dell’Ottocento erano lì lì per estinguersi, quando provvidenzialmente li raggiunse una spedizione guidata da Qitdlarssuaq, sciamano dell’Isola di Baffin. I cugini canadesi ri-insegnarono ai groenlandesi ad andare in kayak, a pescare, a cacciare i mammiferi marini e li salvarono. Poi però arrivarono gli americani di Peary, i danesi, e di nuovo gli americani, e il resto è storia di oggi: la Groenlandia è un appetibilissimo meteorite, che troppi vorrebbero consumare sul posto, preferibilmente al calduccio di una base militare. Wisniewska avverte: «La Groenlandia è sempre stata al centro della geopolitica» perché da lassù i danesi ricavavano le informazioni meteorologiche, cruciali per il controllo del traffico marittimo e aereo. Quando, dopo il ’45, la Danimarca lasciò la pianura di Dundas agli Usa, gli abitanti furono «rilocati», sottraendo loro un terreno di caccia eccezionale.
Tra i personaggi del libro, fra cui un giapponese, una pastora luterana, degli insegnanti danesi e la madre di un ragazzo morto suicida, c’è Mads Ole Kristianses, un piniartorruaq, un «grande cacciatore», un uomo che gira con un feto di foca in tasca come giocattolo per il figlio, che ha iniziato a cacciare col padre a 8 anni e a 13 aveva già i suoi cani e ha imparato «a lavorare e a comunicare con loro». Spiega: «Il cacciatore impara tutto dalla natura. Cosa fare durante la luna piena, quando ci sono le maree, come leggere la neve e il ghiaccio. Sappiamo quando arrivano i diversi animali, ma c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare». Di fronte ai ghiacci che si sciolgono, la risposta è: «Dobbiamo osservare come cambierà il clima e cambiare con lui. Per il resto, credo che la natura si controlli da sola. Gli esseri umani non potranno mai dominarla».
Neanche gli Inughuit vogliono essere dominati, e la burocrazia, che impone limitazioni alla caccia per loro insostenibili, è (anche) il loro nemico. «Sentiamo continuamente dire che qui si vive male, ma questo è un problema vostro, non nostro. Da quando il clima è cambiato, il mondo si interessa di più a noi. Prima sembrava non interessare a nessuno che qui vivessero delle persone. Io rispetto tutti, purché non mi dicano cosa devo fare. Lasciateci in pace, questo posso dirti».
