A rigore, da chi credeva che «lo stile è la fisionomia dello spirito», non si potrebbe andare a scuola. Sarebbe come pretendere di acquisire per apprendimento e di esibire come una rappresentazione ciò che sfugge al controllo della volontà. Ma dal maestro di Il mondo come volontà e rappresentazione cè sempre una lezione da imparare. Specie quando Sul mestiere dello scrittore e sullo stile il vecchio Arthur Schopenhauer - 63enne nel 1851 in cui uscì a Berlino il libretto edito da La Vita Felice (trad. Graziella Rotta, pagg. 190, euro 11,50) - vergava severissimo le sue note. Trinciava inappellabile i suoi giudizi. Tagliava con laccetta le divisioni tra mestieranti, imbrattacarte e pennivendoli, tra «autori che pensano prima di scrivere», «pensano mentre scrivono» o «scrivono senza pensare». Stanava i corsivisti anonimi: «Di il tuo nome, mascalzone, oppure taci!». Stornava le grandarie dei magniloquenti «che parlano come sovrani usando il noi». Strizzava i palloni gonfiati.
Non rientra in nessuna delle categorie schopenhaueriane il 70enne Torgny Lindgren: scrittore fuori classe e accademico (di Svezia) fuori da tutti gli schemi. Nel suo Per non saper né leggere né scrivere (Iperborea, pagg. 236, euro 15, trad. Carmen Giorgetti Cima) ripartisce in aforismi i suoi appunti muovendo dallalfabeto. E impartisce pedagogico le sue regole «Elementari come lAbc!».
È quasi tutta una questione di stile
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