Autore, conduttore e giornalista televisivo, Stefano Bini è tornato con L’Italia più bella che c’è!, il programma che attraversa il nostro Paese alla scoperta di territori, borghi, tradizioni, ricette e curiosità. Dopo il successo della prima edizione, il viaggio è continuato con nove nuove puntate, da domenica 12 luglio alle 14.30 su La7.it, sull’app La7 per smartphone e TV connesse e con le pillole sul canale YouTube La7 Intrattenimento. La nuova stagione si è arricchita inoltre di due speciali in seconda serata su La7, il primo andato in onda il 9 e a seguire il secondo il 16 agosto, con un racconto rielaborato delle tappe del programma. Cucina, cultura e territorio restano al centro, ma Bini porta nel programma anche la sua storia: la passione per il giornalismo e per la televisione si intreccia con l’eredità di una famiglia di ristoratori da sei generazioni, unendo così il suo percorso professionale al profondo legame con la cucina e con il territorio.
L’Italia più bella che c’è! è arrivata alla seconda edizione, confermandosi un programma molto seguito dal pubblico. Secondo lei, che cosa ha fatto la differenza rispetto ad altri programmi?
«In primis la fiducia del mio editore, Urbano Cairo, che per me è stata fondamentale. Poi dico sempre che noi raccontiamo, mentre gli altri accennano. L’Italia più bella che c’è! è un programma con puntate monotematiche: ogni episodio è dedicato a un luogo, che viene raccontato in tutte le sue sfaccettature. Lo svisceriamo dal punto di vista culinario, culturale e territoriale, attraverso curiosità, musei, chiese e leggende. Cerco di far innamorare del posto sia lo spettatore dello streaming sia quello televisivo. Se in una puntata da cinquanta minuti o da un’ora metti quattro o cinque realtà diverse, il telespettatore rischia di non affezionarsi davvero a quel luogo: diventa quasi uno spot. Io invece dedico l’intera puntata a una realtà, pur raccontandola attraverso interlocutori diversi. E lo facciamo con un ritmo molto serrato, che piace tantissimo ai giovani, strizzando anche l’occhio al target di La7».
Ogni territorio sembra avere un’identità tutta sua. Quanto è variegata l’Italia che ha incontrato durante questo viaggio?
«Tantissime. C’è l’Italia delle colline, quella del mare e delle montagne, l’Italia culturale, quella religiosa, quella più seria e quella più faceta. Ci sono talmente tante realtà diverse che non finiremmo mai di raccontare il nostro Paese. Io, poi, vengo da una famiglia di ristoratori da sei generazioni: conosco bene la cucina e il territorio e nei miei programmi unisco questa eredità familiare alla mia professione, alle mie conoscenze e alla mia cultura».
Parlare di cucina e territorio è spesso considerato un contenuto più tradizionale. Lei, invece, è riuscito a coinvolgere anche un pubblico giovane. Come ha fatto?
«Nei miei programmi cerco di parlare anche ai giovani, usando il loro linguaggio e strizzando l’occhio al pubblico di La7. Lo faccio mantenendo un ritmo serrato, sia nei singoli contenuti sia nel corso della puntata. Le mie interviste non durano più di tre o quattro minuti, mentre le ricette non superano i quattro o cinque. Inoltre, cerco sempre di inserire rubriche interessanti, che possano piacere alle famiglie ma anche a un pubblico più giovane. Questo per me è molto importante. L’Italia più bella che c’è! nasce come esclusiva di La7.it, quindi con un pubblico leggermente più giovane rispetto a quello televisivo, e poi abbiamo anche i due speciali sulla rete. Il primo è andato in onda il 9 agosto e ha fatto il 2,5% di share: per una seconda serata di La7 è stata una grandissima soddisfazione. Il secondo andrà in onda il 16 agosto. Per me è importante parlare ai ragazzi perché oggi, per tanti motivi, sono smarriti; un po’ per il lavoro, un po’ perché non riescono a trovare la loro strada, un po’ per l’economia. Nel mio piccolo, cerco di offrire contenuti che possano interessare anche a loro».
Dopo la prima edizione, e ora la seconda, che cosa ha scoperto del nostro Paese che l’ha sorpresa e che non si aspettava?
«Sicuramente la puntata che mi ha sorpreso di più è stata quella dedicata ai Porti di Roma. Pensavo che Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta fossero semplicemente dei porti. Addirittura, a Fiumicino pensavo soprattutto all’aeroporto. Invece abbiamo trovato una cultura marittima e della pesca incredibile, castelli bellissimi, fontane stupende, porte storiche e addirittura moli storici di duemila anni fa. Devo dire che c’è ancora davvero tanto dell’Italia da scoprire. Un’altra puntata che mi ha colpito è stata quella sul Gran Sasso d’Abruzzo. Negli ultimi due anni, grazie all’Ufficio per la ricostruzione dell’Aquila e agli uffici per la ricostruzione dei comuni del cratere post terremoto, sono stati scoperti decine e decine di sentieri e cammini sul Gran Sasso. Questo fa capire che ancora non conosciamo fino in fondo i nostri territori. Se sono stati scoperti dieci sentieri negli ultimi due anni, quanti altri ne potremo ancora scoprire?».
La cucina è uno dei fili conduttori del programma, ma non l’unico. Quanto, secondo lei, visto che viene anche da una cultura della ristorazione, può raccontare un piatto dell’identità di un popolo, forse più di una guida turistica?
«All’interno di una pietanza c’è il DNA di quel territorio, ma anche l’amore, l’entusiasmo e la voglia di portare avanti una tradizione. Secondo me, un piatto apre un portone sulla storia di un luogo. Per esempio, qui in Maremma c’è un piatto che si chiama spaghetti alla buttera, ormai famoso in tutto il mondo, inventato dal mio bisnonno Beppe. Per questo tengo tantissimo alla cucina: per me è importante e, naturalmente, fa parte della storia di ogni italiano».
Nonostante venga da una famiglia di ristoratori, ha scelto di intraprendere la strada del giornalismo e della televisione. Quando ha capito che queste due realtà potevano incontrarsi?
«Il DNA familiare c’è e quello non me lo potrà mai togliere nessuno. Ho lavorato per tredici anni nelle aziende, prima di mio nonno e poi di mio padre. Però credo che per fare l’autore e il conduttore ci si nasca. Non ci sono raccomandazioni, manager o corsi di preparazione che possano sostituire questa predisposizione. Per stare dietro a un microfono, dietro o davanti a una telecamera, secondo me ci vuole qualcosa che si ha dentro. Poi, naturalmente, ci metti professionalità, esperienza e passione. C’è un filmato di quando avevo tre anni che mi mostra mentre corro dalla sala del ristorante-albergo dei miei nonni alla cucina, dove mia nonna teneva dei corsi di cucina, e mi metto a cantare tutte le canzoni di Cristina D’Avena. Fin da piccolo passavo molto tempo davanti alla televisione a guardare Marco Columbro, Paolo Bonolis, Gerry Scotti, Amadeus, Lorella Cuccarini e Cristina D’Avena. Tutti loro sono stati per me un riferimento importante. Tra le persone che hanno avuto un ruolo importante c’è anche Raimondo Vianello. Abito a Milano 2 e, fino a pochi anni prima della sua morte, mi capitava anche di giocare a pallone con lui. Ho avuto poi grandi maestri, come Gigi Reggi, che è stato capo struttura di Canale 5 per tantissimi anni e con il quale ho scritto anche un libro, L’uomo con il sole in tasca. Sono stato fortunato, ho ricevuto grandi insegnamenti prima dalla mia famiglia e poi dai professionisti che ho incontrato nel mondo della televisione, direttamente e indirettamente».
Mettendoci sempre un po’ di cucina, però.
«Sempre, altrimenti mia nonna si incavolerebbe!».
Rimanendo proprio sulle tradizioni: l’Italia ha radici molto profonde, ma oggi conviviamo anche con tante influenze esterne. Penso, per esempio, alla presenza sempre maggiore di ristoranti cinesi, giapponesi e di altre cucine. Come sono entrati nel nostro tessuto territoriale?
«Le ho provate, ma non le ho inserite nella trasmissione. Nella puntata di Trieste, per esempio, raccontiamo il gulasch, che ha un’origine legata in parte all’Italia e in parte alla Slovenia. Quando c’è una contaminazione, trovo interessante raccontarla e inserirla nel programma. Se invece si tratta di una cucina completamente straniera, preferisco assaggiarla fuori dalla trasmissione».
Proprio rimanendo su questo argomento, secondo lei, tra cultura, territorio e cucina, che cosa rischiamo maggiormente di perdere dell’Italia di oggi?
«Sicuramente l’identità. Ogni giorno siamo sottoposti a tanti stimoli, dalla pubblicità ai social e a tutto ciò che ci circonda. Per me perdere l’identità significherebbe perdere tante cose: le nostre abitudini, il rapporto con la cucina, con i luoghi che frequentiamo, con la cultura e con il patrimonio. Nei miei programmi cerco proprio di raccontare tutto questo, dalla popolazione alla cultura, dal territorio alla cucina. Ognuno dovrebbe valorizzare la propria terra, perché se perdiamo il racconto del territorio perdiamo anche le nostre radici».
Il programma è nato come esclusiva di La7.it. I social e Internet, secondo lei, aiutano a divulgare le nostre tradizioni oppure rischiano in qualche modo di confonderle?
«I social possono aiutare molto, se vengono utilizzati per valorizzare una chiesa, un monumento, una piazza, un bosco o una tradizione. Il punto è come vengono utilizzati. Se un influencer va in un ristorante e assaggia un piatto semplicemente per creare un contenuto, senza avere competenze di cucina, cultura o territorio, non credo che aiuti davvero a valorizzare quella realtà. Il pubblico oggi è molto più attento rispetto al passato e si accorge subito quando dietro un video non ci sono autenticità o competenza. Io credo invece nei contenuti intelligenti: anche un post breve può essere efficace, se riesce a valorizzare ciò che racconta. Quando sono gli esperti del settore a creare contenuti seri e pensati per valorizzare una realtà, allora è tutta un’altra storia. Io vado incontro ai social e i social vengono incontro a me».
Dopo aver incontrato tanti turisti innamorati dell’Italia, che cosa pensa che abbiamo noi più degli altri Paesi e che dovremmo valorizzare di più?
«Abbiamo il mare, la montagna, le colline, le vigne, la neve e i fiumi. Abbiamo posti freschi d’estate e caldi d’inverno, spiagge di sabbia, di sassi e con gli scogli. E abbiamo una ricchezza gastronomica straordinaria: il vino, il pesce, la carne, i formaggi, le malghe, il pesce crudo e quello cotto. Abbiamo una varietà che pochi altri Paesi possono vantare tutta insieme. Gli altri hanno alcune di queste caratteristiche: chi il mare, chi le montagne, chi altro ancora. Noi le abbiamo tutte. Siamo una penisola e, secondo me, siamo il Paese più bello del mondo proprio per questa straordinaria varietà. Dovremmo valorizzarla di più? Sì. E dovremmo voler bene alla nostra Italia? Certamente. Secondo me, sia gli italiani sia le istituzioni stanno facendo molto per valorizzare e salvaguardare il Paese, ma dobbiamo imparare a volerci bene un pochino di più».
Guardando al futuro, c’è un progetto che le piacerebbe realizzare?
«A fine settembre riprenderò la mia trasmissione su Radio Radio. E poi, se Urbano Cairo e Andrea Salerno me lo permetteranno, vorrei iniziare a lavorare già a settembre alla terza edizione de L’Italia più bella che c’è!. Naturalmente, però, il mondo della cucina, della cultura e del territorio non potrà essere il mio unico orizzonte per tutta la vita. Proprio perché ho assorbito tanto dai grandi della televisione, sia dai manager e dai capi progetto sia dagli autori e dai conduttori, mi piacerebbe mettermi alla prova con un programma per bambini e ragazzi. Molti, nella mia situazione, aspirano a condurre il Festival di Sanremo; io non lo considero un punto di arrivo. Il mio sogno è una trasmissione dedicata ai più giovani».
Perché proprio una trasmissione per bambini e ragazzi?
«Perché un programma per bambini e ragazzi non parla soltanto ai più giovani: sono i genitori e i nonni a decidere che cosa guarderanno e, se il programma è bello, può coinvolgere tutta la famiglia. È questo il mio sogno nel cassetto, altro che Festival di Sanremo! Sono cresciuto con la grande televisione per ragazzi di Alessandra Valeri Manera, che è stata capostruttura della fascia ragazzi Mediaset per vent’anni. A lei si devono Bim Bum Bam, Ciao Ciao, i telefilm di Cristina D’Avena e le sigle che hanno accompagnato quella stagione della televisione. È stata un genio e quella televisione è sicuramente uno dei miei punti di riferimento. Oggi va tanto di moda riportare in televisione i programmi degli anni Ottanta e Novanta: perché non ripensare anche a una vera fascia dedicata ai ragazzi?».