Ci sono spettacoli che nella vita lasciano dei segni, specie se si è giovani. Ho avuto la fortuna di assistere a "Napoli notte e giorno", regia Patroni Griffi e non ho mai dimenticato i due atti unici: "Toledo e notte" e "La musica dei ciechi". Ricordo la commozione quando Pupella Maggio, per la strana gelosia di Ferdinando, musicista cieco, interpretato da Franco Sportelli, gli urla, con voce spezzata da rabbia e dolore: "Sono brutta". Raffaele Viviani, per me è un mistero, è l'autore più importante, insieme ad Eduardo, del teatro napoletano, ma la sua fortuna scenica la si deve ad appassionati della sua lingua, spesso gergale, essendo la lingua dei "bassi", dei vicoli popolati di pescatori, emigranti, ferrovieri, venditori di gelsi, insomma la lingua dei poveri, intrisa di realismo, perchè, nel momento in cui la si pronuncia, se ne avverte la profondità del pensiero. Qualcuno, per l'impasto linguistico, ha fatto il nome del Ruzante, qualcun altro per la miseria dei bassifondi napoletani, ha fatto il nome di Gorki, c'è chi lo ha paragonato a Brecht, per l'alternarsi dei dialoghi con le musiche, create dallo stesso Viviani. Geppy Gleijeses è un conoscitore profondo del teatro napoletano, ama Eduardo, ma, qualche volta, lo tradisce con Viviani. Per lo spettacolo "Milano nobilissima", in scena al Franco Parenti, da martedì al 26 luglio, ha scelto due capolavori esemplari: "Don Giacinto" e "La musica dei ciechi", impropriamente accostata a "I ciechi" di Maeterlinck, troppo simbolista, trattandosi di un testo costruito sulla incapacità di comprendere il proprio destino. I personaggi di Viviani conoscono bene il loro destino, non vivono nell'attesa che qualcuno venga a salvarli, vivono di piccoli espedienti, di burle, di scherzi, a volte, crudeli, alternano il dolore con la stravaganza. Provengono dalla strada, ma anche dal Teatro di Varietà, quello dei poveri, prima che la borghesia lo scoprisse, un teatro del popolo, con i suoi problemi di sopravvivenza e di miseria. Insomma, un teatro che sembra si possa fare solo a Napoli. Per portarlo fuori da questi legami ci fu, nel 2000, il tentativo di Mario Martone con la messinscena dei "Dieci Comandamenti" che trasformò la strada del quartiere di Montesanto, a Napoli, in un grande palcoscenico, utilizzando la formula del Teatro nel Teatro, come per liberare Viviani da uno scontato realismo. Girò anche un docufilm ma, dopo, non successe nulla. Geppy si inserisce in questa tradizione, offrendoci due volti del teatro vivianesco, quello corale di "Don Giacinto" ambientato in un palazzo malandato, che il pubblico vede di fronte, grazie alla bella scena di Roberto Crea con finestre ad altezza d'uomo dove, insieme a Giacinto, si muove una umanità multicolorata.
Non c'è una vera azione, se non quella dei pettegolezzi, delle battute pungenti di cui Don Giacinto è vittima e carnefice. Notevole l'apporto musicale che diventa determinante con "La musica dei ciechi", capolavoro assoluto, per profondità e forza drammatica.