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Si scriveva "Nouvelle Vague" ma si leggeva rivolta ai dogmi. Quella che in Italia non arriva mai

In due libri la svolta anti-establishment del cinema francese. Ma nel nostro Paese anche oggi domina solo il conformismo

Si scriveva "Nouvelle Vague" ma si leggeva rivolta ai dogmi. Quella che in Italia non arriva mai

L'uscita, più o meno in contemporanea, di due saggi sulla Nouvelle Vague francese, si presta, di là dalla cinefilia in quanto tale e da certa sterile cinefilia - il parlarsi addosso pur non avendo nulla da dire - a un divertente, si fa per dire, gioco sul concetto di egemonia culturale e sui modi per combatterla e/o mantenerla. Il primo dei due libri, La pelle e l'anima (Cue press, pagg. 272, euro 35) è in realtà la riedizione di un'antologia curata negli anni '80 da Giovanna Griffagnini e che riporta una serie di giudizi, sempre sferzanti, quasi sempre calzanti, dei vari Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer, senza dimenticare Bazin e Astruc, e insomma i giovani turchi dei Cahiers du Cinéma, i loro fratelli maggiori, il cinema autoriale e il cinema come industria... Il secondo invece è nuovo e s'intitola Il giovane furioso (Inquadrature perfette, pagg. 108, euro 15; prefazione di Steve Della Casa) e ne è autore Claudio Siniscalchi, un critico non nuovo a riletture polemiche, perché originali e ben documentate, su momenti e personaggi nodali del cinema soprattutto europeo, dati spesso per criticamente archiviati. Icasticamente, il sottotitolo rimanda all'epoca e al tema in oggetto: "1954. François Truffaut contro George Sadoul".

È probabile che a un ventenne di oggi il nome di Truffaut sia comunque conosciuto, non solo per i suoi film, che continuano a passare in tv, ma anche per i libri e le biografie che lo hanno accompagnato in vita e post mortem. Il nome del secondo credo sia invece andato perso nelle brume dei bei tempi andati, quando ancora esistevano i critici cinematografici e, per di più, davano, come si diceva, la linea. Sadoul fu infatti uno dei più importanti fra essi, autore di una monumentale storia del cinema, nonché il più schierato in quella che allora si definiva la critica militante: fu comunista e fu comunista stalinista. All'epoca, Sadoul era un cinquantenne di potere e Truffaut un ventenne all'arrembaggio. Dietro il primo c'era tutta l'artiglieria editoriale di sinistra che non si limitava alla stampa di partito e indipendente, ma di parte, ma annoverava anche riviste come Les Temps Modernes, di Jean-Paul Sartre e il milieu esistenzialista che gli girava intorno. In buona sostanza, Sadoul faceva della critica cinematografica di tipo ideologico: il film doveva essere impegnato, in linea con quella che era la politica e l'ideologia del suo partito d'appartenenza, essere sociale e non autoriale. Fra i suoi preferiti c'erano i film su Stalin, la sua vita e le sue opere.

Sempre all'epoca, la Nouvelle Vague, ovvero Truffaut e i suoi compagni d'avventura, fecero letteralmente a pezzi quell'impostazione e lo fecero da posizioni che allora vennero definite, tout court, fasciste, di estrema destra eccetera. Viene da ridere, perché erano le posizioni di chi difendeva il cinema d'autore, non giudicava in base all'ideologia, ma alla resa estetica, rivendicava il mezzo cinematografico espressivo per eccellenza, cioè l'immagine, e non il parlato, e quindi montava lancia in resta contro il cinema-teatro, dove contava più ciò che si diceva di ciò che veniva mostrato. Era la loro una sorta di controcultura, scrive Siniscalchi, "dandy sfasata, provocatoria, filo-americana", nel senso che i western, come le commedie sofisticate, il comico facevano parte di un modo d'essere che prendeva di petto l'impegno progressista e l'accademismo tradizionale. Già, perché nel mirino non c'era solo lo stalinismo di Sadoul e del suo Politburo intellettuale parigino, ma anche il cosiddetto cinema di papà, che, si badi bene, era un cinema solido, fatto da registi che conoscevano il mestiere e il cui grande torto, rispetto ai nuovi barbari della Nouvelle Vague, era concepire un film come si concepisce un romanzo.

Non è un caso che i critici della Nouvelle Vague trovassero sponda, sostegno e accoglienza in quelli che, nel campo della scrittura, andavano facendo lo stesso, gli hussards come venivano chiamati, uno squadrone di cavalleria che andava letterariamente di pari passo con i giovani turchi della nuova onda. Erano più o meno della stessa generazione, li univa, l'estetica, il rifiuto dei tabù ideologici, il non conformismo come una costante della migliore tradizione francese, il piacere del racconto, il non volersi sottomettere a dogmi, a scuole di pensiero, a diktat. "La nostra generazione - scriverà Truffaut - è amorale (in quanto rifiuta la morale corrente e non ne propone nessun'altra), è puritana (in quanto è cosciente di questa amoralità e si inquieta)". In fondo, quello che successe allora, più o meno nel decennio degli anni Cinquanta, fu una rivoluzione contro un clima di sacrestia ideologico-politica, contro l'impegno come elemento discriminante di giudizio, contro quelli che erano allora i padroni del vapore intellettuale, il loro schierarsi a difesa di un campo trincerato, dove chi evadeva, cioè cercava la propria libertà, era visto come un disertore e insieme un traditore della causa, da abbattere, metaforicamente, senza pietà.

Ora, per tornare da dove siamo partiti, l'egemonia, ricordate, e il gioco che si poteva fare intorno a essa, uno dei motivi della crisi del cinema italiano, attori, attrici, registi, sceneggiatori, produttori, critici in spe e opinionisti in libera uscita, è nell'essere in prima linea, in maniera più o meno scomposta, nel difendere di fatto un'egemonia che, salta agli occhi, ha raggiunto un grado di sterilità che è immediatamente precedente alla morte cerebrale. E di esserlo però con il tono e il comportamento di chi si è invece autoconvinto di farlo nel nome di un'idea buona e giusta del cinema come arte, come industria, come invenzione e come sperimentazione, Nessuno sembra accorgersi che gli attori sono sempre gli stessi, interscambiabili, ma difficilmente distinguibili da un film all'altro, e con una recitazione dove la naturalezza è un optional e il tono di voce monocorde, ma corrucciato, la norma.

Sfilano sullo schermo coppie, doppie coppie e tris (d'assi) in crisi, mariti maneschi, mogli sottomesse, ma pronte al riscatto, vite alcoliche di pianura, innamorati piacioni, cene di classe con o senza cellulare, figli transitivi, nel senso che transitano da un sesso all'altro, magistrati con il volto compunto di Geppi Cucciari, sardo-muta e sardo-parlante, palazzinari con la faccia di Diego Abatantuono e che quindi, sembra di capire, hanno ancora una coscienza ecologica...

La nostra Nouvelle Vague, almeno al botteghino, quest'anno è stata Checco Zalone e anche questo vorrà pur dire qualcosa sul tipo di egemonia, progressista, va da sé, che in Italia ha che fare con la Settima arte.

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