E il filosofo prova il volo (di Icaro)

«Sì, però mancano le date. E trattandosi di una raccolta di elzeviri filosofici, come dice il sottotitolo, non sarebbe male conoscere le date della loro composizione», vien da pensare sulle prime. Poi vai avanti, te li porti appresso, questi elzeviri filosofici, per un po’ di settimane e, arrivato alla fine, incontri, alle pagine 342-344, Philipp Batz, alias Mainländer (1841-1876). Esponendo il pensiero del quale l’Autore dice: «Le forme a priori dell’intelletto per lui non sono spazio tempo e causalità, ma spazio materia e causalità. Il tempo è una sintesi a posteriore della ragione». A quel punto capisci che l’assenza delle date, nella raccolta in questione, non sia stata una dimenticanza, ma una scelta. E, del resto (altro insegnamento, molto pratico, della filosofia), «cosa fatta, capo ha». Il volo di Icaro, di Sossio Giametta (Il Prato, pagg. 363, euro 15) è il titolo di questa raccolta di elzeviri filosofici, infilati in una collana dal nome quantomai evocativo: «i Centotalleri». Rimando ai «cento talleri» che Kant usò contro la prova ontologica dell’esistenza di Dio addotta da Sant’Anselmo. Se Dio è pensato come l’essere perfetto, dice Anselmo, ne deriva che esiste, essendo la non esistenza una diminutio della sua perfezione. Ma Kant ribatte, come spiegava Diego Fusaro, che «l’esistenza non entra nella determinazione del concetto, e quindi la sua assenza o presenza nulla tolgono o aggiungono alla perfezione di quest’ultimo». Insomma, pensare cento talleri è una cosa, possederli è un altro paio di maniche. Ecco, qui Giametta fa i conti in tasca ai filosofi, va a controllare di quanti talleri «ideali» dispongano. E poi, non contento, li porta al mercato delle idee, li immerge nella storia, per verificare quanto siano «spendibili» i loro patrimoni. «No storia, no party». Ecco la bella metafora dell’Autore: «All’inizio e fino all’epoca del suo massimo sviluppo, ogni civiltà si conquista uno spazio di autonomia. \ È come una gran macchia d’olio che placa le onde in un tratto di mare. Ma nella fase del suo declino, la civiltà perde a poco a poco tale autonomia, finché l’umanità resta nuovamente schiacciata sulla natura selvaggia, si riduce ad essa senza intercapedini, combacia con essa, ritornando essa stessa allo stato elementare, selvaggio». E, poco più avanti, con poche, icastiche parole: «La relatività che ci perde è la stessa che ci salva». Salire dal particolare all’universale è compito piuttosto agevole, per ogni filosofo che si rispetti. Il grande problema è scendere dall’universale al particolare: si rischia di fare la fine di quei gattini i quali, saliti baldanzosamente sull’albero, non ce la fanno a scendere perché l’altezza li spaventa. Ma il coraggio, diversamente da don Abbondio, il filosofo se lo può dare. Come? Con un metodo, definito acutamente da Nietzsche «economia di princìpi». E se a Kant va il merito di aver misurato la misura di tutte le cose, cioè l’uomo, spetta a Schopenhauer, grazie alla sua metafisica della volontà, il primato di aver «fornito un criterio per unificare l’esperienza e interpretarla come un tutto, e un mezzo per risolvere innumerevoli problemi, come nessun altro aveva fatto prima e ha fatto dopo di lui».

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