Ecco perché con la famiglia il nostro cinema è da Oscar

Nel film "La prima cosa bella" Virzì commuove grazie ai ricordi d'infanzia. E quando artisti impegnati come Moretti, Benigni e Scola dimenticano la politica danno il meglio

Domenica sera ho assistito e partecipato ad un piccolo rito di catarsi collettiva. Ero al cinema, a Roma, nella cinica e sorniona Roma, e intorno a me ho sentito e poi ho visto gente asciugarsi le lacrime, trattenere un sospiro, soffiarsi il naso. Eravamo a vedere La prima cosa bella di Paolo Virzì e ho avvertito che tanti, in solitudine, anche con qualche imbarazzo per i vicini, erano vinti dalle lacrime. Cercavano di nasconderlo, soprattutto i maschi, ma le mani passate sulle guance, gli occhi lucidi spiati di profilo, qualche brillìo sulle guance, qualche fazzoletto e qualche sospiro evaso dal silenzio, tradivano un’aria collettiva di commozione e di partecipazione alla vita che continua e alla vita che finisce nelle scene del film.

Sui film polpettone e sul pubblico ingenuo e bambino che si commuove, si ironizza da una vita. I film che portavano il titolo delle canzoni, poi, figuriamoci. Erano pacchiane soap per far piangere signore depresse e giovani sartine. Questo film aveva come filo conduttore addirittura una canzone di Nicola di Bari, seppur nobilitata da Mogol: mio conterraneo di Zapponeta, dalla voce bella e chiara, ma che viene di solito associato al kitsch festivaliero degli anni sessanta. Preistoria in bianco e nero. Però vi assicuro che la gente intorno pareva colta e scafata, assai contemporanea, non aveva l’aria tenera e disarmata di Alice nel paese delle meraviglie. C’era pure qualche faccia cattiva e avevo captato battute acide e corrosive nella fila per entrare.

Che succede, è la stessa Italia che si riconosce nel ritratto dell’Italia nichilista di Verdone? Sì, è la stessa, lato b che sta per buono. Magari la stessa che considera le famiglie una palla al piede, le nascite come ingombri e i matrimoni come rottami su cui ironizzare, le mamme come un residuato bellico del vecchio familismo, come i marescialli e i concorsi di bellezza presenti nel film di Virzì. Eppure in quel piccolo universo c’è la nostra verità, le nostre più vere radici, la nostra tenerezza, i nostri affetti. C’è la nostra infanzia, il sogno del nostro passato, le cure e le premure che più ci emozionano. In una famiglia che cresce e si spacca, negli occhi di un bambino che vede la vita dei grandi, nella morte di una madre, nei legami ritrovati, abita il senso della nostra vita. Anche di noi che queste cose le abbiamo ormai sepolte nel trapassato remoto. Alla fine i racconti che più ci colpiscono e più toccano le corde vere della vita, ruotano intorno agli elementari sentimenti: madri, figli, fratelli, nascite, morti, ricordi famigliari, ritratti domestici, memorie d’epoche vissute nella giovinezza che se ne andò a nostra insaputa. E qui vorrei fare un discorso sul cinema italiano.

Che dà il peggio di sé quando si gonfia d’impegno nelle mostre cinematografiche, quando si arrampica sui discorsi ideologici, settari e sui falsi piani del politically correct. Ma poi dà il meglio di sé quando racconta della famiglia italiana, quando si scioglie al ricordo del passato, quando si fa tenero e bambino, quando parla di mamma e babbo, fratelli e sorelle, amori perduti o perduranti, il paese e la civiltà rurale. Non è una brutta stagione questa, del cinema italiano. Su piani diversi Virzì e Verdone, Muccino e Salvatores, Tornatore (magari non quello di Baarìa), Soldini e Rubini e perfino Checco Zalone, e altri ne dimentico, per non dire dei seniores, da Pupi Avati fino ai più anziani, riescono a esprimere uno stile italiano, un romanzo sentimentale, autentico e delicato, che nulla ha da invidiare ad altre più sontuose tradizioni cinematografiche. Anche i Benigni, i Nanni Moretti, gli Scola, i Rosi, riescono a dare il meglio di sé quando lasciano la solita menata politica e si abbandonano alla tenerezza dei sentimenti famigliari.

E lo stesso vale per molti attori italiani che danno il meglio di sé quando interpretano la rêverie italiana. Non so quanto sia esportabile e comprensibile questo cinema italiano, e quanto le sue corde e le sue memorie che da noi evocano stagioni convissute e sentimenti che appartengono alla nostra vita andata, colgano le altrui sensibilità. Ma un cinema che suscita sentimenti, che fa piangere o fa ridere, che ti fa sentire comunità nei legami e i sentimenti, ti riconcilia con il tuo paese e la tua terra. (Nel mio caso, ad esempio, i film pugliesi dei nostri piccoli proust alle cime di rape, hanno rafforzato il piacere di sentirmi pugliese). Come definire questa linea del cinema italiano? Nostalgica, anche se la parola inquieta. Una nostalgia che ruota intorno alla famiglia.

Cadono le appartenenze ideologiche, le cataratte politiche, gli spot urlati al Pci, la lotta operaia, il ’68, l’antifascismo. E viene fuori l’anima italiana, incluse le sue piccinerie. Anni fa quando mi occupavo di Cinecittà proposi vanamente di chiedere a dieci giovani registi italiani di comporre un ritratto italiano, un viaggio in luoghi e sentimenti, una specie di geografia poetica in dieci atti per rendere visiva l’Autobiografia della nazione. Sarebbe stato il biglietto da visita del cinema italiano, la sua sintesi civile e sentimentale. La proposta rimase come tante cose italiane nel limbo delle cose mai realizzate e mai bocciate. Ma vedo che questo filone è l’indole, la tendenza e la ricchezza del cinema italiano. Certo, anche il suo limite, perché ruota intorno alla convinzione che il meglio sia passato, e meritevole di raccontare e di suscitare emozioni sia il mondo perduto, l’infanzia dei sentimenti e la gioventù delle passioni trascorse.

E dunque sia possibile solo l’Amarcord, il cinema souvenir. Ma è il ritratto verosimile di un paese stanco, che ha il meglio di sé nel passato, che nel presente si separa, non fa figli e non sfida il futuro ma cerca solo di sopravviverci. Peccato, ci sentiamo italiani e veri solo al buio e in umido.

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