Ecco perché Israele dice sì a un antisemita all’Unesco

L'Onu non ha mai garantito la pace e il bene del genere umano. È un parlamento dominato da blocchi di nazioni che votano e negoziano secondo i loro interessi. Questa struttura, che permette alla Libia «democratica» di presiedere la commissione per i diritti umani, è replicata in tutte le Agenzie delle Nazioni (dis)Unite dove gli scopi dichiarati non sempre coincidono con la condotta di mastodontiche burocrazie. In questi giorni nel mirino c'è l'elezione del nuovo direttore dell'Unesco, istituzione chiamata a difendere e sviluppare tutte le culture del nostro pianeta, in piena libertà di espressione e equanimità di valori.
Il candidato favorito a occupare il prestigioso seggio di «presidente» della cultura mondiale, appoggiato dal blocco arabo islamico, africano e da alcuni Paesi occidentali (fra cui la Francia che in fatto di cultura si considera sempre maestra altrui) è Farouk Hosni: come pittore e poeta, per lunghi anni ministro della Cultura in Egitto, avrebbe credenziali personali non peggiori di altri. E anche l’Italia ha da tempo accordato il suo via libera al politico egiziano. Ma trasportato - come da lui stesso ammesso - dalla «profonda emozione» creata dalla questione palestinese, Hosni si è lasciato andare ben prima della sua candidatura, a dichiarazioni che sollevano dubbi sulla sua equanimità nei confronti della cultura mondiale. Passi - nel presente clima intellettuale anti israeliano - il suo desiderio di bruciare «con le sue mani se necessario» qualsiasi libro israeliano che per caso si trovasse negli scaffali della Biblioteca di Alessandria, proibendone la presenza alla Fiera del Libro del Cairo. Affermare, però - come ha fatto - che gli ebrei dominano i media internazionali e altri pregiudizi medioevali nei confronti degli ebrei ha sollevato giustificate denunce di antisemitismo. In molti hanno rilevato come si tratti di opinioni che non fanno onore né all'Unesco né alle Nazioni Unite. Contro le sue affermazioni si sono levati giustamente esponenti ebrei e non ebrei della cultura, come il premio Nobel per la pace Elie Wiesel, Bernard-Henry Lévi e molti scrittori che in Italia e all’estero hanno firmato l'appello contro l'elezione di Hosni. In sede parlamentare Fiamma Nirenstein e altri deputati di destra e sinistra hanno lanciato un appello al boicottaggio. Era loro dovere sacrosanto farlo.
L'Unesco non è però una accademia platonica del pensiero. È una delle tante arene di scontro di interessi particolari, di compromessi politici, spesso in contraddizione con elevati principi morali e oggetto di basse contrattazioni di mercato. Per cui non c'è da stupirsi se persino Israele, sulla base di un accordo raggiunto al Cairo fra Bibi Netanyahu e il presidente egiziano Hosni Mubarak, Gerusalemme ha mutato la sua posizione da «contro» a «non opposto». I perché sono non proprio eleganti ma comprensibili, quando si tiene conto della sensibilità egiziana, degli interessi fra Egitto e Israele e non ultimo dell'opposizione di Hosni al radicalismo islamico in Egitto.
Il problema della sua elezione alla testa dell'Unesco deve essere perciò esaminato da due punti di vista. Per quello morale, questa candidatura appare inaccettabile non solo per le idee sostenute dal candidato egiziano ma in base al principio - così spesso e inutilmente sostenuto da Anna Arendt - che il male minore non può sostituirsi al male maggiore. È male e resta male.
Dal punto di vista politico la domanda da porsi è un'altra: che cosa conviene di più? Avere Hosni fuori dell'Unesco trasformato in «mina» culturale anti ebraica e anti israeliana, oppure averlo alla testa dell'Unesco, sotto i riflettori culturali del mondo intellettuale? Tanto più che Hosni (sia pure per motivi di opportunismo) ha dichiarato di essere «solennemente dispiaciuto» e che «nulla era più lontano dalle sue intenzioni che di ferire la cultura ebraica».
Secondo l'ebraismo l'uomo deve collaborare con Dio per migliorare il mondo. Compito difficile che chiede a ciascuno di fare il proprio mestiere il meglio possibile: ai moralisti denunciando l'errore; ai politici riconoscendo che il «male minore» non è mai il bene; a coloro che ammettono i propri sbagli, di essere giudicati sui fatti e non sulle parole.

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