Domani saranno 182 giorni, sei mesi, dall’inizio della guerra in Iran. Il 28 febbraio è iniziata una guerra che sarebbe dovuta durare solo poche settimane. Ma le settimane si sono trasformate in mesi e il blocco dello Stretto di Hormuz ha creato danni enormi sul mercato globale, danni che anche se la pace venisse firmata oggi stesso, non sarebbero recuperabili prima di altri mesi.
Insomma, sei mesi fa, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno innescato quella che è diventata a tutti gli effetti la più grave crisi di approvvigionamento petrolifero mai registrata, peggio di quella iniziata con lo scoppio della guerra russa-ucraina e peggio anche della Guerra del Golfo degli anni ’90. Questo perché, all’inizio del 2026, quasi la metà del petrolio globale veniva prodotto proprio dal Medioriente. Per essere precisi, i Paesi colpiti da queste tensioni producevano circa 45 milioni di barili al giorno, rappresentando oltre il 43% dell’offerta globale. E oggi, nonostante la ricerca di vie alternative, il numero è crollato drasticamente: l’Arabia Saudita ha dirottato il petrolio verso il Mar Rosso, gli esportatori del Golfo provano a far uscire le loro navi dallo Stretto di Hormuz - anche se il traffico è passato da oltre 3mila navi al giorno a meno di 30 - ma anche cosi la fornitura non supera mai i 7 milioni di barili al giorno. A peggiorare ulteriormente la situazione sono le interruzioni anche negli altri principali colli di bottiglia. Lo Stretto di Bab al-Mandab è sotto lo scacco dei ribelli Houthi e il traffico per lo Stretto di Panama è destinato a diminuire nei prossimi mesi - da 36 transiti al giorno a 32 - a causa della siccità legata a El Niño, che rende l’acqua troppo bassa. Se il petrolio in circolazione diminuisce, allora si alzano anche i prezzi, con il Brent che, dopo picchi vicino ai 120 dollari al barile, ora è stabile intorno ai 90, in aumento di quasi il 30% rispetto a prima dello scoppio della guerra.
Il problema però, non è solo nella produzione di petrolio, ma anche nella sua raffinazione. I conflitti nel Golfo e in Ucraina hanno ridotto di quasi un decimo la capacità di raffinazione globale, perché le raffinerie sono tra gli obiettivi preferiti degli attacchi droni. E se la capacità di raffinazione crolla, mentre i prezzi del petrolio crescono, allora il risultato immediato è sui prezzi dei carburanti. Tema caldissimo in Italia dove il diesel è arrivato a 2,137 euro al litro, che sarebbero 2,307 senza lo sconto sulle accise, portando l’aumento da febbraio al 47,6%, mentre la benzina è a 2,017 euro al litro (+34%). L’Italia non è la sola: in Germania e in Francia il gasolio è già oltre i 2,2 euro al litro, mentre negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi dei carburanti è diventato uno dei principali fattori di inflazione - che in Europa è al 3% mentre negli Stati Uniti al 3,7% - contribuendo all’aumento dei costi di finanziamento e spingendo il debito americano al livello record di 40mila miliardi di dollari.
Nel frattempo, anche il prezzo del gas è cresciuto fino a 65 euro a megawatt ora, un costo che probabilmente sentiremo con forza questo inverno. Ma che, da marzo alla fine di agosto, ha già causato un extracosto di 2,2 miliardi di euro per le famiglie italiane, che sommati ai 5,8 miliardi di aumenti sui carburanti e ai 3,8 sull’energia elettrica portano il costo della guerra - solo quello diretto - alla cifra monstre di 12 miliardi. Guardando a livello mondiale, secondo le analisi della Crea gli importatori mondiali di combustibili fossili hanno pagato circa 330 miliardi di dollari in più per petrolio greggio via mare, prodotti petroliferi e Gnl. Numeri difficili da ignorare, ancora di più per una guerra che sarebbe dovuta durare solo poche settimane.
