Quello che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato un lunedì nero - anzi nerissimo - per i mercati. Nessuna sorpresa dopo la chiusura, si spera solo momentanea, dell’oleodotto East-West che trasporta circa il 4% del petrolio globale dall’Arabia Saudita al Mar Rosso. Il blocco degli Stretti e l’attivismo degli Houthi non hanno fatto altro che spingere al limite una situazione già molto delicata di partenza.
Mercati finanziari, spread, petrolio e gas non hanno potuto niente contro la rivoluzione geopolitica. A fare più rumore, almeno per ora, sono chiaramente i fossili. Come gli analisti avevano anticipato nel weekend, a Borse ancora chiuse, il Brent è esploso, arrivando a sfiorare i 110 dollari, prima di «raffreddarsi» intorno ai 105,7 dollari al barile, con un aumento secco del 1,2% alle ore 20 italiane. Guardando al prossimo futuro, se l’oleodotto non dovesse essere riaperto nel giro di pochi giorni, per gli analisti il prezzo del greggio potrebbe rapidamente raggiungere i 120 dollari al barile, superando anche il record del maggio del 2022. Anche il gas ha seguito a passo simile, così mentre le nazioni europee sono impegnate a riempire gli stoccaggi per l’inverno, il Ttf di Amsterdam è arrivato a 82,12 euro al megawattora (+3,3%), e ai livelli massimi dal dicembre 2022. Tutti aumenti che andranno a influire nei prossimi giorni nei prezzi dei carburanti, con aumenti stimati almeno fino ai 10 centesimi al litro. Intanto ieri il costo della benzina è arrivato a 2,107 euro al litro (+26,2% dall’inizio della guerra in Iran), mentre il diesel a 2,216 euro (+28,8%).
Anche le Borse internazionali hanno sofferto. Piazza Affari, con il Ftse Mib, e stata la peggiore d’Europa e ha chiuso la giornata perdendo l’1,68% a 51.628 punti. Un trend negativo cominciato in mattinata con la chiusura del Nikkei (-0,81%) e proseguito nel Vecchio Continente. In Europa, l’unica eccezione positiva è il Ftse 100 di Londra, che ha chiuso in crescita dello 0,48 percento. La seduta è iniziata in rosso anche negli Stati Uniti dove, accanto alla situazione geopolitica, pesano anche le pressioni sull’intelligenza artificiale. Tutto questo si e riflettuto anche sullo spread. Il differenziale tra i titoli di Stato e i Bund tedeschi a 10 anni ha raggiunto gli 89 punti base, con un aumento secco del 3,8%, spingendo l rendimenti dei Btp a 10 anni al 4,38%, il livello più alto degli ultimi due anni. Mentre negli States i rendimenti sui Treasury a 10 anni salgono al 5% per la prima volta dal 2023, un dato cruciale considerando che determinano i costi di finanziamento per consumatori e imprese.
Torna il focus anche sui metalli che, in un simile momento di incertezza vacillano, perdendo in parte il loro ruolo di beni rifugio. L’oro ha perso il 2,23% attestandosi a 4310 dollari l’oncia. L’argento è stato al centro di forti speculazioni e ha ceduto il 2,62% a quota 63,53 dollari l’oncia. Mentre il platino è riuscito, almeno in parte, a contenere le perdite all’1,23% pari a 1775 dollari l’oncia.
Per sei mesi i mercati hanno provato a convincersi che la guerra fosse solo un problema lontano. Ora, con l’inverno alle porte e il petrolio che torna a correre - forse in modo irreversibile - rischiano di scoprire che il conto era soltanto rimandato.
