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Economia e finanza

Un lunedì nero per i mercati. Il petrolio sfiora i 110 dollari

Da Oriente a Occidente, tutte le Borse hanno iniziato la settimana in perdita dopo la chiusura dello snodo saudita. I rendimenti dei Treasury a 10 anni volano al 5% per la prima volta dal 2023

The al-Khaysah fishing settlement, in the western part of the Aden metropolitan area, along the Gulf of Aden on September 12, 2026. The Houthis, whose heartland is among Yemen's Zaidi Muslims in the country's north, seized the capital Sanaa in 2014 at the outset of the civil war, driving the government to Aden in the south. (Photo by AFP) /

Quello che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato un lunedì nero - anzi nerissimo - per i mercati. Nessuna sorpresa dopo la chiusura, si spera solo momentanea, dell’oleodotto East-West che trasporta circa il 4% del petrolio globale dall’Arabia Saudita al Mar Rosso. Il blocco degli Stretti e l’attivismo degli Houthi non hanno fatto altro che spingere al limite una situazione già molto delicata di partenza.

Mercati finanziari, spread, petrolio e gas non hanno potuto niente contro la rivoluzione geopolitica. A fare più rumore, almeno per ora, sono chiaramente i fossili. Come gli analisti avevano anticipato nel weekend, a Borse ancora chiuse, il Brent è esploso, arrivando a sfiorare i 110 dollari, prima di «raffreddarsi» intorno ai 105,7 dollari al barile, con un aumento secco del 1,2% alle ore 20 italiane. Guardando al prossimo futuro, se l’oleodotto non dovesse essere riaperto nel giro di pochi giorni, per gli analisti il prezzo del greggio potrebbe rapidamente raggiungere i 120 dollari al barile, superando anche il record del maggio del 2022. Anche il gas ha seguito a passo simile, così mentre le nazioni europee sono impegnate a riempire gli stoccaggi per l’inverno, il Ttf di Amsterdam è arrivato a 82,12 euro al megawattora (+3,3%), e ai livelli massimi dal dicembre 2022. Tutti aumenti che andranno a influire nei prossimi giorni nei prezzi dei carburanti, con aumenti stimati almeno fino ai 10 centesimi al litro. Intanto ieri il costo della benzina è arrivato a 2,107 euro al litro (+26,2% dall’inizio della guerra in Iran), mentre il diesel a 2,216 euro (+28,8%).

Anche le Borse internazionali hanno sofferto. Piazza Affari, con il Ftse Mib, e stata la peggiore d’Europa e ha chiuso la giornata perdendo l’1,68% a 51.628 punti. Un trend negativo cominciato in mattinata con la chiusura del Nikkei (-0,81%) e proseguito nel Vecchio Continente. In Europa, l’unica eccezione positiva è il Ftse 100 di Londra, che ha chiuso in crescita dello 0,48 percento. La seduta è iniziata in rosso anche negli Stati Uniti dove, accanto alla situazione geopolitica, pesano anche le pressioni sull’intelligenza artificiale. Tutto questo si e riflettuto anche sullo spread. Il differenziale tra i titoli di Stato e i Bund tedeschi a 10 anni ha raggiunto gli 89 punti base, con un aumento secco del 3,8%, spingendo l rendimenti dei Btp a 10 anni al 4,38%, il livello più alto degli ultimi due anni. Mentre negli States i rendimenti sui Treasury a 10 anni salgono al 5% per la prima volta dal 2023, un dato cruciale considerando che determinano i costi di finanziamento per consumatori e imprese.

Torna il focus anche sui metalli che, in un simile momento di incertezza vacillano, perdendo in parte il loro ruolo di beni rifugio. L’oro ha perso il 2,23% attestandosi a 4310 dollari l’oncia. L’argento è stato al centro di forti speculazioni e ha ceduto il 2,62% a quota 63,53 dollari l’oncia. Mentre il platino è riuscito, almeno in parte, a contenere le perdite all’1,23% pari a 1775 dollari l’oncia.

Per sei mesi i mercati hanno provato a convincersi che la guerra fosse solo un problema lontano. Ora, con l’inverno alle porte e il petrolio che torna a correre - forse in modo irreversibile - rischiano di scoprire che il conto era soltanto rimandato.

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