Il 18,78% dei contribuenti che dichiarano almeno 35mila euro lordi l’anno versa il 65% dell’intera Irpef. È questo il dato più significativo dell’ultimo Osservatorio del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentato oggi al Cnel e promosso insieme a Cida.
Il conto dell’Irpef, che supera i 216 miliardi di euro, quindi, pesa sulle spalle di una minoranza di contribuenti. Gli italiani con redditi fino a 29mila euro sono il 69,78% dei contribuenti, ma pagano il 21,33% dell’Irpef, circa 46 miliardi di euro. Chi dichiara tra 29mila e 35mila euro è pari all’11,4%: insieme a chi supera i 35mila euro, si arriva così a circa il 30% dei contribuenti, che versa il 78,67% dell’imposta.
“Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef”, osserva Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, che sottolinea il rischio di una “redistribuzione senza reciprocità”. Cida propone, quindi, un welfare più mirato, una revisione dell’Isee e una banca dati unica dell’assistenza per evitare che a pagare siano sempre gli stessi contribuenti.
Ma questo discorso è valido anche per chi rientra nella fascia dei redditi più alti. Soltanto 58.700 cittadini dichiarano più di 300mila euro lordi l’anno, ossia lo 0,1% della popolazione. Una fascia di contribuenti che versa 14,03 miliardi di Irpef, ossia 6,49% del totale. Una cifra superiore a quella versata dai 27,8 milioni di contribuenti con redditi fino a 20mila euro, che pagano solo 10,84 miliardi. “L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività”, dice Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, il quale precisa che «la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota”. E poi aggiunge: “La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi ‘occulta’, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Brambilla, poi, con tono provocatorio, si chiede: “Perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?”. Insomma, tra riduzioni di imposte, indetraibilità e indeducibilità, le tre teoriche aliquote fiscali finiscono per diventare almeno dieci.
In questo contesto, poi, la spesa per il welfare è passata dai 73 miliardi del 2008 agli oltre 180 miliardi del 2024, ma la povertà non è scomparsa e il potere d’acquisto dei salari, secondo l’Ocse, è più basso rispetto al 2021. La soluzione? “Non nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte”, spiega Cuzzilla del Cida.
