Fca aveva già previsto la crisi: nel 2018 fu simulato il crollo

Il piano di Marchionne ipotizzava un calo del 30% dei mercati con una flessione di 6 miliardi dell'ebit

Di sicuro è una singolare coincidenza. E magari anche un presentimento. L'1 giugno 2018, durante la presentazione del Piano industriale di Fca al 2022, una delle slide commentate dal direttore finanziario Richard Palmer, prendeva in considerazione un ipotetico scenario fortemente negativo per il mondo automobilistico mondiale. La coincidenza è che l'anno dell'ipotetica caduta del mercato globale era proprio quello che stiamo vivendo, il 2020. Parlando agli analisti dopo la relazione dell'ad Sergio Marchionne, scomparso meno di due mesi dopo, Palmer aveva immaginato per il settore una situazione da «tsunami», prendendo in esame un possibile -30% riguardante il conto complessivo dei mercati.

Due i focus di Palmer, in quella occasione: l'impatto di questo -30% globale sul mercato nordamericano, non a caso il più importante per Fca, e quello sulle stime del gruppo nel 2020. Ebbene, le registrazioni negli Stati Uniti, mercato che all'epoca del «Capital markets day» di Fca era in costante crescita, venivano stimate a 20,6 milioni di unità. Lo «tsunami» le avrebbe abbattute fino a quota 14,4 milioni, con un margine però ancora accettabile per le aziende, considerato che il breakeven, al riguardo, era fissato a circa 12 milioni.

L'impatto ipotizzato su Fca: a fronte di una stima di utile operativo di circa 7 miliardi, prevista alla fine del 2020 e confermata lo scorso febbraio dall'ad Mike Manley prima che scoppiasse la crisi sanitaria da coronavirus, il crollo generale delle immatricolazioni l'avrebbe portata a 1 miliardo, 6 in meno del previsto. E la stessa crisi mondiale sarebbe costata a Fca circa 5 miliardi di cash flow rispetto a un flusso di cassa positivo previsto intorno a 2 miliardi. Tutte supposizioni che risalgono a due anni fa, quando ancora le nozze tra Fca e Psa erano lontane e, sul fronte delle proposte di matrimonio, il gruppo allora guidato da Marchionne, aveva incassato i no di Gm e Volkswagen. È curioso, comunque, l'avverarsi della situazione critica generale. A proposito di coronavirus e delle conseguenze causate dal blocco degli impianti di Fca, l'ad Manley si è riservato «di valutare l'impatto sull'attuale guidance finanziaria di tutte le misure assunte all'interno della società e delle condizioni macroeconomiche collegate all'emergenza».

Dalle simulazioni alle stime di questi giorni: Rbc Capital Markets prevede un calo del 16% nella produzione automobilistica globale. Per gli Usa, invece, secondo la società, le vendite potrebbero scendere del 20% a 13,5 milioni di veicoli (da 17,1 del 2019). A pesare sui mercati sarà anche il profondo rosso delle immatricolazioni in Cina dove, il mese scorso, il tonfo è stato dell'80%. L'Associazione cinese dei produttori ha stimato per vendite e produzione di auto, duramente colpite dalla pandemia, un calo di oltre il 10% nella prima metà del 2020 e di circa il 5% a fine anno, sempre che il coronavirus finisca sotto controllo entro aprile.

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