Italia e Germania litigano anche sugli aiuti alle banche

Il governatore di Bankitalia replica all'economista tedesca che aveva bacchettato il nostro Paese per non aver sostenuto gli istituti di credito quando poteva: all'epoca non serviva

Italia e Germania litigano anche sugli aiuti alle banche

Roma - La Germania è scorretta, i mercati hanno una percezione sbagliata delle sofferenze bancarie in Italia e il bail in non funziona. A sentire queste tesi si potrebbe pensare che a sostenerle non sia il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, eppure è così. Ieri all'Istituto universitario europeo di Firenze il numero uno di Via Nazionale ha sostenuto che con le sue dichiarazioni al Corriere il capo del Single resolution board (il Consiglio europeo di risoluzione delle crisi bancarie, diretta emanazione della Bce), Elke König, era stata «politicamente molto scorretta».

Ma cosa aveva detto di così sconveniente Frau König? Aveva replicato alle solite affermazioni circa la presunta doppia morale tedesca (247,5 miliardi di aiuti di Stato alle banche nazionali e porte in faccia per quelle italiane) citando Gorbaciov («Chi arriva tardi viene punito dalla storia») e sottolineando che il nostro Paese si era accorto del bubbone solo dopo che l'Ue aveva cambiato le regole nel 2013. Visco le ha benevolmente ricordato che «non c'erano le condizioni tra il 2011 e 2012 per stabilire una bad bank per i crediti in sofferenza italiani semplicemente perché l'ammontare si è materializzato per lo più dopo la crisi del debito sovrano e la posizione della Commissione è che l'aiuto di Stato non è permesso». Come postilla si potrebbe aggiungere che l'esplosione dei non performing loans è diretta conseguenza delle politiche di austerity in recessione imposte dalla Germania tramite il governo Monti, ma questa è un'altra storia.

L'Italia, ha aggiunto il governatore, è penalizzata anche dalle «esagerate preoccupazioni dei mercati sulla qualità degli asset delle banche», in quanto «queste hanno un alto livello di garanzie sui crediti deteriorati e una più che piena copertura attraverso garanzie reali e di altro tipo». Insomma, se il livello delle sofferenze nette (cioè includendo le garanzie) è di circa 80 miliardi, ciò significa che il problema dovrebbe essere gestibile. E invece il meccanismo di risoluzione delle crisi messo a punto dall'Unione europea acuisce i problemi anziché risolverli. «Uno strumento - il bail-in - studiato per ridurre l'impatto di una crisi non deve creare le premesse per renderne probabile un'altra: se è così, il suo design e/o il suo funzionamento devono essere ripensati», ha rimarcato Visco ribadendo le proprie tesi. Convinzioni che si fondano sul fatto che una banca non sia equiparabile a una qualunque impresa privata anche in virtù del suo ruolo di spinta per l'economia. «Se fallisce un supermercato, lo chiudi e un altro apre. Se fallisce una banca, è molto improbabile che ne apra un'altra, è più probabile che quella accanto cominci ad avere problemi», ha ricordato. Ecco perché in caso di squilibrio dei mercati occorre agire velocemente anche ricorrendo a «una rete di protezione pubblica e, in un'Unione come la nostra, anche a una sovranazionale».
Insomma, mentre Renzi rimproverava ad Angela Merkel le ingerenze del capo della Bundesbank Weidmann, dall'altra parte Visco smontava il fideismo tedesco che vede nelle crisi la punizione di un comportamento sbagliato. L'Italia, infatti, non è stata certo virtuosa. Ieri la Bce ha ricordato nel Bollettino mensile che il nostro Paese è in ritardo nell'aggiustamento strutturale del debito a causa della flessbilità sui conti richiesta. Per il 2017 e il 2018 servirebbe un aggiustamento strutturale dello 0,6% e dello 0,5 nel 2019, cioè oltre 26 miliardi di aggiustamento dei conti in tre anni. Tutto questo perché «le azioni di risanamento strutturale sono state insufficienti». Il premier questo lo sa bene.

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