Quell'impasto romano contro Pirelli-Telecom

Un libro svela quali furono i poteri forti che bloccarono Tronchetti. E ora inizia la quinta vita dell'ex monopolista

Quell'impasto romano contro Pirelli-Telecom

La storia Telecom vista con gli occhi di Pirelli. E la storia di Bolloré, il nuovo azionista forte della medesima societá di tlc, visto dal punto di vista francese. Nei prossimi giorni usciranno due libri, molto diversi tra loro, che idealmente raccontano da diversi prospettive la storia della madre di tutte le privatizzazioni e di tutte le scalate italiane.

Partiamo dal primo. Edito dal Mulino e affidato a Carlo Bellavite, si tratta, come si suol dire, di un'opera monumentale. «Pirelli, innovazione e passione (1872-2015)» è un agile testo di 830 pagine, infarcito di note, indici dei nomi, tabelle, schede e organigrammi. A scriverlo non uno storico, ma un docente di finanza aziendale: meglio. È la storia della Pirelli, ma ciò che a noi interessa sono i capitoli dedicati alla vicenda Telecom. Forse per la prima volta, con numeri e dati, si racconta davvero come andò quella vicenda. Sin dalle prime fasi, dalla decisione di spostare tutta la governance da Roma a Milano, e di allontanare la presa della politica dal gruppo, si legge quello che con il senno di poi, fu il grande nemico di Marco Tronchetti Provera: un impasto di politica, gruppi editoriali (De Benedetti, per intendersi) e poteri organizzati che mal digerirono la rivoluzione manageriale portata dai milanesi della Pirelli nell'ex partecipazione statale. Il libro sostiene con forza come in fondo l'acquisto di Telecom da parte di Pirelli fosse parte di una strategia coerente con la storia del gruppo e sviluppa anche un parallelo tra il turnaround (riuscito) dopo la scalata (fallita) a Continental e il rilancio di Pirelli, che oggi gode di ottima salute dopo l'investimento in Telecom. L'autore si lascia un po' andare nell'introduzione, quando sostiene che «questo libro ha senso per la Pirelli, ma anche per la Nazione». Più semplicemente riteniamo che le pagine sull'acquisto Telecom rendono un po' di giustizia su quegli anni. Bellavite ricorda in realtá come il gruppo della Biccoca fino al 2001 (anno dell'acquisto di Olivetti-Telecom da Gnutti&Colaninno) «non avesse mai avuto a che fare con mercati regolamentati» in cui, insomma, un accordo con Roma e i poteri bisognava cercarlo e ottenerlo. Nel libro si sfatano, numeri alla mano, alcuni miti della pubblicistica, interessata, di quegli anni: la Telecom di Tronchetti investe più dei competitor in proporzione al fatturato, aumenta i collegamenti in banda larga, portando l'Italia ai primi posti in Ue e incrementa i ricavi delle attivitá internazionali nonostante le cessioni delle aziende, per far fronte al debito ereditato, dove Telecom aveva quote di minoranza, e nessun potere di gestione. Ma forse l'aspetto più interessante è l'intuizione del nuovo management di puntare sulla convergenza tra telecomunicazioni, contenuti e alleanze internazionali. Il primo abboccamento con gli spagnoli di Telefonica fu studiato con l'incredibile titolo di «Piano Don Chischiotte» prorio a ridosso dell'acquisto. Tra il 2006 e il 2007 Palazzo Chigi e non solo fanno saltare una lunga serie di accordi che Tronchetti aveva messo in campo: da Murdoch a Telefonica, da At&t ad America Mobiles. Non sappiamo come sarebbe andata per Telecom con quelle intese. Ma siamo certi di due cose. Primo: la minaccia che all'epoca veniva fatta girare per spaventare chiunque si avvicinasse a Telecom di separarla dalla rete, era appunto solo una minaccia costruita ad hoc. La seconda: la convergenza e le alleanze internazionali sono esattamente ciò che dopo dieci anni sta mettendo in campo l'attuale Telecom.

A molti Tronchetti non sta istintivamente simpatico. Come l'autore dice, en passant , la cultura Pirelli non è quella solidarista e accomodante del cattolicesimo democratico, ma quella piú intransigente e riservata del liberalismo borghese italiano. Ma la storia di quegli anni di Tronchetti (comprese vicende giudiziarie, tutte conclusasi con un nulla di fatto) hanno poco a che fare con le simpatie e molto di piú con un gigantesco scontro di potere, tra politica e imprenditoria. In cui quest'ultima non è voluta scendere a patti, sicura dei suoi numeri e delle proprie capacitá, ma in un mercato iperegolamenato dalla politica si rischiava di perdere e ha perso.

Ha un passo e un'ambizione completamente diverso il saggio di Fiorina Capozzi, una brava giornalista finanziaria fuori dagli schemi tradizionali. Nelle novanta pagine di «Bollorè, il nuovo re dei media europei» (goWare editore) ci racconta l'ascesa e gli inganni (il primo a danno di suo padre e degli zii, complice banca Rothschild) del finanziere bretone. È la quinta, forse sesta, vita di Telecom dopo la privatizzazione. Quella in cui è di fatto controllata da investitori esteri, guidati dalla francese Vivendi e che si proietta come piattaforma di contenuti, prodotti da terzi.

E così la Telecom dei vecchi boiardi di Stato, ceduta da uno di loro ad un noccioloino molle di capitalisti all'italiana, poi scalata dalla razza padana di Colaninno, poi rivenduta agli sciuri de' Milan, finita nelle mani delle nostre solite banche, approda a Bolloré. Un favoloso cerchio che per qualcuno si chiude. Per altri (basti pensare al nuovo ruolo che nelle tlc avrá la Cassa depositi e prestiti in mano a Costamagna-Erede) non è ancora detto che sia finita.

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