La battaglia per il controllo del tempo non è più solo una questione di lancette e ingranaggi da una parte e quadranti digitali dall'altra, ma una questione di proprietà intellettuale da combattere nelle aule di tribunale. Sui due fronti opposti ci sono Swatch, che dal 1983 si trova al polso dei giovani di tutto il mondo, e Samsung, che ha fatto delle innovazioni tecnologiche il suo princiale punto forte.
Davanti all'Alta Corte svizzera, Swatch chiede un risarcimento da 170 milioni di dollari. L'accusa è semplice: aver permesso che gli smartwatch coreani venissero trasformati in cloni digitali degli storici orologi svizzeri, senza che sia mai stato trovato un accordo. Al centro della disputa ci sono 26 app di quadranti digitali che, secondo Swatch, replicano l'estetica dei suoi marchi prestigiosi come Omega, Tissot e Breguet, app scaricate circa 160mila volte tra il 2015 e il 2019.
Per la società guidata da Nayla Hayek, non si tratta di un piccolo problema finanziario, ma della difesa del suo unico punto fermo. Mentre i suoi volumi di vendita vacillano (l'utile netto nel 2025 ha subito un tracollo del 90% rispetto al 2024), il design riconoscibile e la sua anima 100% svizzera rimangono gli ultimi fortini da proteggere.
Samsung è già stata ritenuta responsabile di violazione del marchio in appello poiché, pur trattandosi di software di terze parti, controllava lo store e usava quei quadranti accattivanti come leva commerciale. Ora il giudice dovrà quantificare il danno. Per calcolare i 170 milioni, i legali di Swatch avevano ipotizzato il valore che avrebbe avuto una simile licenza sul mercato. Una ricostruzione che la difesa di Samsung definisce straordinaria, esagerata e lontana dalla realtà, parlando di un approccio privo di buon senso. Eppure la società di Daegu non considera un fattore difficile da ignorare: Swatch mantiene una linea di totale chiusura verso la tecnologia di massa. Sylvain Dolla, ad di Tissot, ha ribadito che la società svizzera non ha mai concesso - ne ha intenzione di concedere - licenze a terzi, men che meno a produttori di smartwatch, perché legare marchi di alta gamma a prodotti digitali di consumo ne annienterebbe il valore. Samsung ribatte sottolineando che Swatch non avrebbe subito alcun danno reale, mentre per i coreani i vantaggi commerciali sarebbero stati del tutto trascurabili, rendendo i danni effettivi irrisori.
Che sia chiaro, la posta in gioco va oltre la cifra milionaria.
Per gli svizzeri, impedire la "banalizzazione" dei propri quadranti sugli schermi digitali significa proteggere l'anima e l'originalità delle proprie creazioni, l'ancora di salvezza per evitare che un'intera identità industriale venga ridotta a un semplice tema grafico intercambiabile al polso delle nuove generazioni.