Devo chiedere scusa. Ero stato tra i pochi a sostenere la necessità del «modello Albania». Lo credevo l’unica novità in un ventennio di mercimonio in cui la sinistra europea ha spacciato l’invasione per accoglienza. Mi sbagliavo: non ne serviva uno. Ne servirebbero dieci, cento, mille. Lo dimostra l’isteria di massa delle cancellerie del Nord. Quei giganti d’argilla che rispolverano il Trattato di Dublino – reperto di archeologia politica – per minacciare l’Italia. Ci vogliono rimandare indietro i clandestini che non gradiscono, dopo averci usati come filtro umano, come discarica di un’illegalità che non sapevano gestire. È la classica ipocrisia continentale: prendersi la manodopera che il mercato chiede e scaricare a noi la «rogna» che l’integrazione – quella favola green e retorica – non ha saputo digerire. Hanno preso in giro gli europei, ma soprattutto gli immigrati.
Come scriveva Oscar Wilde, «la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione». E l’Europa, nella sua coerenza ideologica, è diventata un deserto di immaginazione, una vecchia signora che urla mentre la realtà la travolge. Se il confine deve esserci, che sia vero. Che sia il nostro. E che, a chi ci accusa di chiudere la porta, si risponda con la sola cosa che meritano: un raddoppio delle chiavi.
