La crisi energetica sta colpendo ogni Paese in Europa e mentre i singoli Stati membri cercano freneticamente fondi per aiutare i cittadini e le imprese a far fronte a bollette alle stelle, scende in campo anche l’Unione europea. Sul tavolo c’è l’introduzione di un’imposta sui profitti straordinari a livello comunitario per le società petrolifere e del gas.
Negli ultimi mesi, con lo scoppio della guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, i gruppi dell’energia hanno registrato profitti eccezionali. Basti pensare che, a livello globale, le Big Oil si aspettano 148 miliardi di utili nel 2026 grazie al boom del petrolio (ieri il Brent era ancora sopra i 106 dollari al barile). Dall’altro lato, tuttavia, le famiglie e le imprese si sono ritrovate costrette ad affrontare bollette sempre più alte, destinate anche ad alzarsi ulteriormente con l’arrivo dell’inverno.
Wopke Hoekstra, commissario europeo responsabile per il clima e la fiscalità, ha spiegato a Reuters le problematiche dell’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, sottolineando che i titoli energetici «stanno traendo vantaggio dal fatto che il mondo sia in subbuglio e a molti cittadini e a molti politici questo sembra inopportuno».
Il piano per tassare i profitti straordinari delle società petrolifere e del gas non è una novità assoluta. Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Polonia e Austria hanno esortato più volte l’Unione a valutare l’introduzione di una simile tassa a livello comunitario. Inoltre, già nel 2022 l’Ue aveva varato un prelievo del 33% sui profitti straordinari a carico delle società operanti nei settori del petrolio, del gas, del carbone e della raffinazione, dopo che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva fatto impennare i prezzi dell’energia. Tassa che aveva causato non pochi ricorsi legali dopo che alcune società, tra cui la statunitense ExxonMobil, avevano contestato l’illegittimità della misura.
Ieri la Commissione europea, durante il Consiglio Ambiente di Lussemburgo, ha anche discusso l’Ets2, il nuovo sistema europeo per lo scambio di quote di emissione di gas serra che dal 2028 si applicherà a trasporti ed edifici, sottolineando che in programma non c’è nessun tipo di modifica sulle tempistiche. La seconda fase del mercato della CO2 è infatti già stata posticipata di un anno nel quadro dei negoziati sul target climatico al 2040. «È vero che esiste un gruppo di Paesi che continua a sollevare preoccupazioni sull’Ets per i trasporti su strada e il riscaldamento, ma c’è un gruppo significativamente più ampio di Stati membri, più di due terzi, che inizialmente ha detto sì alla proposta e che continua a sostenerla», ha concluso Hoekstra.
