Vincenzo Galasso è direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi di Milano.
Che bilancio trae dal voto in Sassonia Anhalt?
«I due dati interessanti sono la sorpresa nelle dimensioni della vittoria dell’AfD, perché si sapeva che avrebbe fatto molto bene, ma non ci si aspettava una vittoria così grande e che la Cdu perdesse metà dei voti. L’altro dato riguarda la capacità dell’AfD di attirare chi in passato si è astenuto. Alcuni partiti riescono a parlare più di altri a persone che si erano allontanate dalla politica».
Il cancelliere Merz non intende lasciare. Eppure potrebbe non mangiare il panettone se a settembre i Länder di Berlino e Meclemburgo dessero un’altra spallata al governo. Cosa aspettarsi?
«Si apre una fase di grande incertezza, anche per il governo centrale e il cancelliere Merz. Molto dipenderà anche dalla Sassonia, dove temo ci vorrà molto tempo prima della formazione di un esecutivo regionale. Con il paradosso che a fornire una stampella all’AfD potrebbe essere il partito populista di sinistra Bsw, magari tramite appoggio esterno».
Su quali errori è scivolato l’establishment tedesco ed europeo?
«La letteratura che si è sviluppata nella scienza politica ed economica degli ultimi anni è che il voto della destra più estrema o populista o anti-europea nasca dall’opposizione di persone ai margini della società, i cosiddetti losers from globalization, a cui si sono aggiunte le vittime degli shock economici del 2008 e 2011, colpite da tagli e austerità. Stiamo osservando l’onda lunga di questi fenomeni, che hanno creato grandi divari economici. La Germania, per esempio, sta pagando la crisi dell’auto».
L’economia pesa, ma anche la questione immigrazione, che potrebbe essere decisiva nelle elezioni dei prossimi mesi in Europa...
«Si tratta di un tema molto complicato, in genere sempre favorevole alla destra, tanto che si parla di issue ownership della destra («proprietà del tema», ndr). Ed è lì che si scontrano due problematiche, che i policy maker, le istituzioni non sono state in grado di affrontare. Siamo un continente che sta invecchiando, che perde 1 milione di lavoratori l’anno, che ha bisogno di manodopera per poter crescere. Gli imprenditori ci dicono che non riescono a trovare operai specializzati. Dunque abbiamo bisogno degli immigrati come forza lavoro».
Qual è dunque il nodo?
«Abbiamo bisogno di integrarli nella società e su questo stiamo fallendo. Ciò porta a un sentimento di insicurezza, non necessariamente corretto, a volte sovrastimato, ma di cui non si può non tener conto. Ecco perché, più che guardare agli schieramenti, dobbiamo guardare alla soluzione dei problemi, alla ricerca degli strumenti corretti per arrivarci. Oggi tutto questo è molto più difficile perché ci sono meno risorse e non possiamo più prendere dal futuro come si è fatto in passato, facendo debito».
