Nostro inviato a Bruxelles
Non solo la Spagna a fine novembre. Anche Italia, Francia, Polonia, Finlandia, Grecia, Bulgaria, Estonia, Lituania e Slovenia andranno infatti al voto entro la fine del 2027. Più di un terzo dei Paesi Ue che però rappresentano quasi il 55% dell’intera popolazione dell’Unione. Numeri che danno la misura di quanto questo fitto calendario elettorale è destinato nei prossimi mesi a condizionare le mosse dell’Ue, come dimostra l’andamento dei lavori del Consiglio Ue in corso a Bruxelles. Un appuntamento che a differenza dei precedenti non si conclude in una sola giornata di lavoro, ma proseguirà anche oggi. E che è caratterizzato da un certa spigolosità più che dalla volontà di trovare punti di caduta comuni.
É in questo quadro che Giorgia Meloni prova a portare a casa qualche apertura sul fronte energetico, puntando su flessibilità e rimodulazione dell’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di gas serra introdotto dall’Ue per ridurre l’impatto ambientale e contrastare il cambiamento climatico. Per far fronte alla fiammata dell’inflazione legata al caro-carburanti, la premier ha sottolineato la necessità di un intervento a livello comunitario perché, ha argomentato nelle riunione a porte chiuse con i leader dei Ventisette, la posta in gioco è troppo alta per lasciare la questione ai singoli Stati membri. Meloni non ci gira troppo intorno e non nasconde il rischio che l’industria italiana, già sotto stress dopo oltre quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina, esca «massacrata» dal perdurare dell’aumento carburanti dovuto dal conflitto in Medio Oriente. E che la situazione sia allarmante lo conferma anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che proprio ieri era a Bruxelles per incontrare Raffaele Fitto e Maros Sefcovic rispettivamente commissari Ue alla Coesione e al Commercio.
Sul fronte della flessibilità la premier trova il sostegno del premier greco Kyriakos Mitsotakis, ma la richiesta che la Commissione possa considerare l’esistenza di «fattori rilevanti» e concedere maggiori margini non è materia che oggi entrerà nelle conclusioni dei lavori del Consiglio. Il dossier, fanno sapere fonti europee, è all’esame degli uffici comunitari che nei giorni scorsi avrebbero fatto filtrare una tiepida apertura da parte di Ursula von der Leyen.
Diversa, invece, la partita sugli Ets. Questione tecnica ma centrale, tanto che anche Orsini la definisce una «misura nata in maniera positiva» ma che ormai «è andata fuori scala» visto che nel 2018 il prezzo della Co2 costava sei euro a tonnellata mentre oggi siamo arrivati a dei costi di 80-86 euro a tonnellata. Insomma, «le industrie che usano molto il gas rischiano di essere spazzate via». Sul tavolo, però, c’è solo nominalmente il mercato di scambio di emissioni di Co2. Al Consiglio Ue, infatti, la partita è sul concetto stesso di strategia energetica, con il fronte dei Paesi nordici capeggiati da Danimarca, Finlandia e Svezia (ieri hanno scritto al presidente Antonio Costa) che non vuole arretrare dalla transizione green e chi come Meloni chiede di mettere un freno. In questa direzione si muove non solo l’Italia, ma anche i quattro Paesi del gruppo Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) e Cipro. Che chiedono una revisione del meccanismo o delle eccezioni sulla falsa riga di quella «iberica» adottata nel 2023 per Spagna e Portogallo a cui fu concesso un price cap sul prezzo dell’elettricità. Una partita che ha portato a un vero e proprio stallo, tanto che a tarda sera salta l’attesa conferenza stampa congiunta con von der Leyen e Costa.
Insomma, tutto rinviato a oggi. Quando si parlerà soprattutto di Ucraina e migranti. Con Meloni che dovrà confrontarsi con lo spagnolo Pedro Sanchez sulla sospensione di Schengen che è scaduta proprio alla mezzanotte di ieri.
