Ventidue a cinque. Finisce così la partita europea tra il nostro Paese e quella Spagna socialista - così cara alla nostra sinistra - che accusava il governo Meloni di aver ispirato uno scontro «egoista» e «illegittimo». Ventidue leader europei, dalla premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen al cancelliere tedesco Friedrich Merz, hanno firmato la lettera che condanna le politiche migratorie dell’esecutivo Sánchez ed esprime preoccupazione per le minaccia alle frontiere Ue dopo lo «sbarco» su Ceuta.
Ma non è la prima volta che Giorgia Meloni indica la strada a un’Europa incerta e confusa. Dalle scelte energetiche del 2022 per sostituire il gas russo con quello algerino fino al piano Mattei per l’Africa, dal protocollo con l’Albania sui centri di accoglienza extra territoriali fino al deciso «no» al «green deal», il nostro governo ha saputo imporsi come l’autentico apripista di molte scelte europee.
Nel campo delle politiche migratorie il precedente più significativo è il Protocollo Italia-Albania del novembre 2023 per la creazione di centri di accoglienza extraterritoriali in Albania dove effettuare procedure di asilo di rimpatrio. Nonostante gli ostacoli frapposti da alcuni magistrati l’approccio è stato definito dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen un esempio di «pensiero fuori dagli schemi». E proprio quel pensiero, apprezzato anche dal laburista inglese Keir Starmer e dalla premier socialista danese Mette Frederiksen - ha spinto il Consiglio Affari Interni Ue e il Parlamento europeo a codificare i cosiddetti Paesi di origine sicuri (Bangladesh, Egitto, India, Kosovo, Marocco, Tunisia) dove è possibile rimpatriare i migranti. Ma il ruolo di Meloni è stato fondamentale anche per la firma del Memorandum Ue-Tunisia siglato a luglio 2023 da Ursula von der Leyen, assieme all’allora premier olandese Mark Rutte e dal presidente tunisino Kais Saied. Il memorandum ha portato a un calo degli arrivi dalla Tunisia che la von der Leyen ha stimato in un meno 97% dal 2023 in poi.
Ma al fondo della visione della Meloni sulle politiche migratorie c’è quel Piano Mattei prefigurato fin dal 2023 che punta alla cooperazione con l’Africa per svilupparne l’economia e contenere le partenze degli irregolari. Quel piano, dopo vari vertici congiunti Meloni-von der Leyen, è stato esplicitamente collegato al Global Gateway, il progetto strategico Ue che punta a mobilitare fino a 300 miliardi di euro in investimenti infrastrutturali globali.
L’Italia ha saputo farsi valere anche in campo energetico. Nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina le politiche italiane di diversificazione dal gas russo focalizzate soprattutto sull’Algeria e in misura minore su Qatar e Mozambico hanno anticipato e influenzato le scelte dell’Unione. Grazie al gasdotto TransMed (costruito da Eni negli anni ’70-’80) e agli accordi tra l’Eni e l’omologo Sonatrach le importazioni sono salite da circa 12 a oltre 20 miliardi di metri cubi, coprendo il 30-36% del fabbisogno italiano. In questo contesto Meloni ha visitato più volte Algeri (2023 e 2026) per aumentare i volumi, esplorare nuovi giacimenti e legare la cooperazione al Piano Mattei. Ma il ruolo dell’attuale governo è stato cruciale anche per porre un freno agli eccessi ideologici del cosiddetto «green deal» europeo e imporre un approccio più «pragmatico» e flessibile. Un approccio che ha permesso di ottenere il rinvio dello stop alle auto a benzina e diesel previsto per il 2035 e di affiancare biocarburanti e nucleare pulito all’elettrico. Insomma un cursus honorum che fa dell’Italia di Giorgia Meloni un partner molto più credibile della Spagna di Sánchez.
