False ditte che fabbricano terroristi veri

Doveva essere un «lupo solitario», hanno trovato due complici. Sembrava una cellula da cortile, sono spuntati tre documenti che fanno pensare a un gruppo allargato. L’indagine sui tre nordafricani arrestati apre scenari preoccupanti. Perché gli inquirenti smentiscono che ci siano nuovi ricercati, ma il fatto che siano stati trovati altri tre passaporti (è ancora da verificare che siano veri o falsi) potrebbe allargare il raggio dell’indagine. E pone un interrogativo. Esiste una rete di supporto criminale che consente di entrare nel territorio italiano e aggirare i controlli sui soggiorni? Basta poco, in realtà. Bastano alcune aziende fantasma che forniscono certificati d’assunzione fasulli. E il gioco è fatto.
Che esista un sistema di ditte fittizie è un fatto. Lo accertano due diverse inchieste, una della procura di Milano (di cui nei mesi scorsi aveva parlato il Giornale) e un’altra di quella di Brescia. Proprio a Brescia Mohamaed Imbaeya Israfel, uno dei due presunti terroristi fermati dopo l’arresto del kamikaze Mohamed Game, aveva ottenuto un permesso di soggiorno grazie a un’azienda intestata a un egiziano che secondo i magistrati sarebbe «inesistente». In altre parole, utile solo a fornire una comunicazione di assunzione da presentare agli uffici immigrazione per le pratiche di regolarizzazione.
È un fenomeno vasto. E difficile da controllare. Solo a Brescia, vengono individuate 50 ditte. Di queste, 48 sono in mano a egiziani. Vivono solo pochi mesi. Ma intanto, aiutano i cittadini stranieri a mettersi «in regola». In molti, poi, cercano un lavoro vero. Qualcuno, però, si presta alla causa della guerra santa. A Milano, ha accertato un’indagine dei carabinieri, sono circa 5mila gli stranieri con il permesso ottenuto presentando documenti falsi, pagati tra i mille e i 2mila euro. Decine le società fittizie, in grado non solo di intercettare gli irregolari arrivati in città, ma anche di contattarli direttamente nei Paesi d’origine. Esiste quindi un’organizzazione speculare a quella italiana. O, forse, è la stessa rete che agisce su entrambe le sponde del Mediterraneo.
Ma il punto è che non è più solo una questione di business. Perché un cittadini libico si è fatto esplodere davanti alla caserma di piazzale Perrucchetti, e perché uno dei suoi presunti complici - Mohamaed Israfel - era in Italia (prima a Brescia, poi a Milano) grazie a questo sistema. Lui, Israfel, interrogato per tre ore dal gip Franco Cantù Rajnoldi si è detto estraneo alle accuse. Abdel Hady Abdelaziz Mahoud Kol, invece, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Mohamed Game, il kamikaze, è ancora in gravi condizioni in ospedale. La cellula da cortile è tutta qui. Ma il timore, a questo punto, è di dover aggiornale il conto degli indagati.
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