MilanoLaveva detto ai ragazzi radunati sotto le sue finestre, lo ripete alla platea milanese: cè un patto sotterraneo fra alcuni Pm e forze politiche. Silvio Berlusconi non fa nomi, ma il riferimento, quasi scontato, è a Gianfranco Fini che si sbarazzerebbe volentieri di lui. Fini che solo 24 ore prima si è smarcato nuovamente dal Cavaliere e ha ribadito un no secco a riforme contro le toghe.
È da mesi, ormai, che lex leader di An prende le distanze dal suo alleato sul terreno minato della giustizia. Se Berlusconi attacca le toghe, lui ne prende le difese; Se Berlusconi chiede una commissione dinchiesta sugli abusi di certa magistratura, lui riceve a Montecitorio lAssociazione nazionale magistrati e un incontro di routine diventa loccasione di una nuova alleanza tanto che il numero uno dellAnm Luca Palamara drizza le antenne e afferma: «Il quadro politico è cambiato».
Il «fuorionda» del Cavaliere è un filmato in cui parla degli eccessi delle toghe, il furionda di Fini è un duetto insieme al procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi in cui i due fanno a gara a ridicolizzare il Cavaliere. «Luomo - parte Fini - confonde il consenso popolare con una sorta di immunità». «Voleva fare limperatore romano», replica misurato Trifuoggi.
Fini sembra persino invocare lintervento della magistratura: può suonare paradossale, ma nellinfinita vicenda della casa di Montecarlo, Fini continua ad attaccare i giornali e sembra quasi volersi rifugiare fra le braccia dei giudici. Alle prese con una rogatoria, e poi con una rogatoria bis perché le carte arrivate da Montecarlo non hanno chiarito un bel nulla e così tocca allungare i tempi di uninchiesta già sfilacciata. Lindagine, almeno finora, è andata avanti sui quotidiani, la Procura di Roma ha centellinato gli atti e non ha ancora ascoltato neppure il protagonista assoluto di questa storia: il cognato Giancarlo Tulliani.
Un caso? Certo, fra incontri ufficiali e informali, prese di posizione in controtendenza e duelli con il Cavaliere, Fini tesse la sua strategia e si accredita come interlocutore privilegiato della magistratura italiana dalle parti del Governo e del centrodestra. Così i suoi colonnelli, i Briguglio, i Granata, i Bocchino partono per un tour delle procure in prima linea, cominciando da Reggio Calabria, per conoscere sul campo i problemi drammatici dei Pm. Iniziativa, naturalmente, opportuna, ma anche la spia del desiderio di costruire una politica della giustizia personalizzata, alternativa e fatalmente contraria a quella, tempestosa, disegnata dal Cavaliere in questi anni. Certo, Bocchino è ancora indagato per associazione a delinquere a Napoli, ma la vicenda che lo riguarda, quella della Global Service, si è ormai sgonfiata e molti degli imputati sono stati assolti, almeno in primo grado.
Così è arrivato il momento di stringere la santa alleanza, parallela a quella che si sta prefigurando nel mondo della politica fra le forze antiberlusconiane. Fini, il Fini di Mirabello, ridicolizza luomo chiave del Cavaliere nelle trattative di politica giudiziaria: lavvocato Ghedini diventa, fra applausi e sberleffi, un «simpatico dottor Stranamore». Contemporaneamente Fini, sia pure fra distinguo e precisazioni, complica e non poco il cammino delle leggi che il Cavaliere vorrebbe far approvare, che sono sempre in dirittura darrivo e che puntualmente tornano in alto mare: dalla norma sulle intercettazioni a quella sul processo breve. Certo, Fini si dice a favore di uno scudo protettivo, come potrebbe essere il lodo Alfano, ma intanto il 14 dicembre la Corte costituzionale farà a pezzi, salvo improbabili colpi di scena, la legge sul legittimo impedimento e il Cavaliere si troverà di nuovo sotto assedio.
Insomma, il Terzo polo cè già, anche se in Parlamento non si vede ancora: un Fini in toga ha stretto unalleanza operativa con il partito delle toghe.
Fini costretto a indossare la toga per rifugiarsi tra le braccia dei giudici
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