Fini, un uomo solo al comando Trent’anni tra osanna e critiche

L’isolamento nella sala dell’Ergife, il grande freddo con i colonnelli, lo scontro con Storace: la giornata simbolo di un politico che non si muove in gruppo

Luca Telese

da Roma

L’immagine è questa: Gianfranco Fini solo, nella hall dell’hotel Ergife dopo la sua relazione, mentre le correnti sono riunite in conclave per decidere come demolire la sua posizione. La prima cosa che ti viene in mente, alla fine di un lungo giorno, è l’immagine del leader solo, che decide e aspetta, che combatte lucidamente contro il suo stesso partito. Che dice gelido: «Se pensate che la mia posizione sia un tradimento dei valori, allora non abbiamo più nulla da dirci!». Che attacca le correnti a sciabola sguainata, le definisce senza troppi complimenti «una metastasi», al punto che Francesco Storace gli risponde alla sua maniera: «Forse è vero che le correnti sono una metastasi... Ma Altero Matteoli non è mica il professor Di Bella!». Già, perchè nello stesso intervento Fini aveva designato Matteoli - già leader di Nuova alleanza - coordinatore organizzativo.
Così si potrebbe cedere alla tentazione della prima immagine che An comunica: un partito che chiude la luna di miele con il suo leader, che si sente deluso e trascurato. Si potrebbe leggere questo fotoromanzo agro come il finale di una bella storia d’amore: la solitudine del capo, il senso di abbandono dei militanti, le frustrazioni dei colonnelli, il tormentone della relazione con Stefania Prestigiacomo usato come arma di battaglia politica, il commento caustico di Daniela Fini - in soccorso del marito: «È una sporca calunnia, tutta colpa di quelli di An!». Sull’altro piatto della bilancia, poi, l’almanacco di recriminazioni dei cuori infranti: «Fini ha scelto da solo sul voto agli immigrati» dicono, «Non ci hai avvertito di nulla prima di andare in Israele (lo ripeteva ancora ieri Storace), «Hai detto quella frase sull’astensione diseducativa, malgrado ne avessimo discusso» (rimprovera Gianni Alemanno). Per non dire dei «fondatori» amareggiati, di Gaetano Rebecchini: che nel 1994 partecipò alla gestazione di An con una spruzzata di cattolicesimo tradizionalista apostolico romano, e che ieri sbatteva la porta: «Vado via».
La verità è che in queste critiche la Destra sociale esprime un malcontento condiviso da quasi tutto il corpo organizzato. Ma è altrettanto dubbio che questa auto-percezione sia esatta o attendibile. Se te la rileggi in filigrana, la storia di questo leader, scopri che non è mai esistita «l’età dell’oro» che tutti vorrebbero recuperare, che Fini non è mai stato il padre amorevole che il partito rimpiange. Basterebbe il suo esordio sulla scena politica, quando divenne segretario del Fronte della Gioventù quasi controvoglia. Se lo ricorda bene Teodoro Buontempo - memoria storica della classe dirigente missina - lo scoramento di Fini alla vigilia della nomina: «Nel 1975, ai tempi della nostra militanza a via Sommacampagna voleva lasciare tutto, abbandonare la politica, diceva: “Basta, io in mezzo a quei matti non ci torno più. E poi devo fare il concorso al ministero delle Finanze”». Chi se lo immagina, oggi, Fini finanziere? Eppure ci fu vicinissimo in quell’anno terribile in cui due ragazzi missini gli morirono intorno, l’anno in cui ammazzavano Mario Zicchieri al Prenestino, e a Piazza Risorgimento, nella guerriglia con gli autonomi, veniva colpito Mikis Mantakas. Anche allora Fini decise da solo, scontentava il cuore del movimento giovanile, disse ai camerati: «Per Mikis niente rappresaglie», e - lo ricorda nel suo Guerrieri Ugo Tassinari - «per questa presa di posizione fu addirittura picchiato». Quanto al proposito di lasciare tutto, fu lui stesso a confermarlo in tempi non sospetti a Stefano Di Michele: «Era l’anno della laurea e del servizio militare. È il momento in cui tanti si pongono il problema “E mo’ che faccio da grande?” Non pensavo all’abbandono dell’impegno politico, ma mi rendevo conto che non potevo continuare a fare l’attivista vita natural durante». Che dire della sua «resistibile» ascesa? Non faceva comodo ricordarlo, nei giorni in cui quelli che ora lo attaccano costruivano il suo mito oleografico: ma nell’anno della sua elezione a segretario del Fronte, Fini non era arrivato primo al termine di un folgorante duello. Ma piuttosto ultimo (!) su cinque candidati, ripescato con un diktat al posto del vincitore Marco Tarchi (il più votato). Era sempre Fini ad ammetterlo con una buona dose di ironia: «Almirante se ne infischiò e scelse me. Sapete, all’epoca il centralismo democratico funzionava anche nel Msi, mica solo nel Pci...». Gli rimproverano di essersi distaccato dal suo elettorato con la scelta del referendum, ma poi anche Maurizio Gasparri, che nei tempi grami era suo vice ammette: «Gianfranco non è mai stato tradizionalista, per il referendum sul divorzio, in pratica, non facemmo campagna». Per non dire del «Male assoluto di Salò» e dei giudizi sul ventennio: se è vero che lui stesso, dopo aver fatto un congresso sul «fascismo del 2000» e detto che «Mussolini era il più grande statista del secolo», nel 1995 spiegava: «La restaurazione del regime fascista ci sembrava la più colossale delle coglionerie». Ed era sempre Fini che dopo la strage di Acca Larentia scontentò i giovani missini rifiutando la raccolta di firme contro il capitano Eduardo Sivori (il carabiniere che aveva sparato a Stefano Recchioni). Era sempre lo stesso Fini, il segretario che Giorgio Almirante elesse suo successore e che fu spodestato dai colonnelli (non questi, quelli sessantenni del 1987). E lui: «Giustamente la mia prima segreteria fu definita incolore. Risentivo del mio stato d’animo, della mia impreparazione... In quel momento il Msi non aveva un progetto, eravamo in via d’estinzione». In eguale solitudine Fini decideva di candidarsi a Roma, di andare alla Fosse Ardeatine, di fondare An. Così, in attesa di sapere cosa dirà oggi, forse il partito dovrà rassegnarsi al fatto che non è stato tradito da un padre-padrone ingrato, ma da un leader - nel bene o nel male - uguale a se stesso. Uno che continuerà a decidere da solo e a non farsi amare.

Se non altro perchè ha sempre fatto così, anche quando non lo contestavano. Ma An potrà avere un altro presidente solo quando il tormentone dei colonnelli («Nessuno vuole metterlo in discussione ma...») sarà sostituito da: «Fini sbagli, dimettiti».

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