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Retrogusto

La birra artigianale italiana fa 30 (e lode)

Nel 1996 era una scommessa, oggi è un settore che conta 900 microbirrifici e 200 brewpub e vale circa il 2,5% dell’intera produzione nazionale. Per celebrare l’anniversario Unionbirrai ha promosso “Buona questa Birra!”, un progetto che ha coinvolto oltre cento produttori nella realizzazione di una stessa birra, una Italian Pilsner, interpretata però secondo la sensibilità di ciascun birraio

Birra

Trent’anni fa la birra artigianale italiana era poco più di una scommessa. Oggi è un settore che conta circa 900 microbirrifici, 200 brewpub, una produzione vicina al mezzo milione di ettolitri l’anno e una presenza ormai stabile nel panorama agroalimentare nazionale. Per celebrare questo percorso Unionbirrai, l’associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti, ha promosso “Buona questa Birra!”, un progetto che ha coinvolto oltre cento produttori nella realizzazione di una stessa birra, interpretata però secondo la sensibilità di ciascun birraio.

L’iniziativa è stata costruita attorno a una ricetta condivisa di Italian Pilsner, stile che negli ultimi anni è diventato uno dei simboli della maturità raggiunta dalla scuola brassicola italiana. Ogni birrificio ha mantenuto la base comune, introducendo però sfumature legate al proprio modo di lavorare e al territorio di appartenenza. Ne è nata una produzione diffusa lungo tutta la Penisola, con decine di cotte realizzate in contemporanea e presentate al pubblico attraverso degustazioni, visite agli impianti e incontri con i produttori.

La scelta della Italian Pilsner non è casuale. È uno stile nato proprio in Italia dall’intuizione del Birrificio Italiano e di Agostino Arioli, che ha reinterpretato le classiche pils dell’Europa centrale con una particolare attenzione alla luppolatura e all’eleganza aromatica. Una birra di grande bevibilità, apparentemente semplice ma tecnicamente raffinata, che oggi rappresenta uno dei contributi più riconoscibili dell’Italia alla cultura brassicola internazionale.

L’esperimento si è svolto in occasione della Giornata nazionale della birra artigianale e della settimana “Birrifici Aperti”, trasformandosi in molti casi in una festa aperta agli appassionati e ai curiosi.

Secondo Unionbirrai, numerosi birrifici hanno esaurito rapidamente le scorte, segnale di un interesse crescente anche da parte di consumatori non abituali, attratti da una birra equilibrata, facile da bere e capace di raccontare la qualità della produzione artigianale senza ricorrere a eccessi o complicazioni.

La ricorrenza offre anche l’occasione per ripercorrere la storia di un movimento nato ufficialmente nel 1996, anno in cui aprirono o si affermarono realtà destinate a diventare punti di riferimento come Baladin, Birrificio Italiano, Birrificio Lambrate, Beba e Turbacci. In un Paese tradizionalmente legato al vino, quei pionieri dimostrarono che anche la birra poteva essere interpretata come prodotto artigianale, gastronomico e profondamente legato al territorio.

Gli inizi non furono semplici. Materie prime spesso reperibili solo all’estero, normative pensate per la grande industria, impianti da adattare e un pubblico ancora poco abituato a parlare di stili, luppoli e fermentazioni rendevano il mercato quasi tutto da costruire. Proprio questa assenza di una tradizione brassicola rigida, però, ha consentito ai produttori italiani di sviluppare un’identità originale, contaminando la birra con ingredienti locali, cultura gastronomica e ricerca tecnica.

In questo percorso un ruolo importante è stato svolto da Unionbirrai, nata nel 1999 per rappresentare i piccoli produttori. L’associazione ha accompagnato la crescita del comparto sia sul piano culturale sia su quello istituzionale, promuovendo iniziative di formazione, concorsi come “Birra dell’Anno” e il marchio “Indipendente Artigianale”, fino a sostenere il percorso che ha portato nel 2016 al riconoscimento legislativo della definizione di birra artigianale. La legge ha stabilito che può essere definita tale soltanto la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta a pastorizzazione o microfiltrazione.

Oggi il comparto rappresenta circa il 2,5% della produzione birraria nazionale e affronta una nuova fase della propria storia. Dopo gli anni della crescita impetuosa, le sfide riguardano il consolidamento del mercato, l’aumento dei costi, la diffusione della cultura birraria e il rafforzamento del legame con agricoltura e turismo. In questi tre decenni, però, la rivoluzione è già compiuta: quella che era nata come una nicchia di appassionati è diventata una componente riconosciuta del Made in Italy agroalimentare, capace di costruire un’identità propria senza limitarsi a imitare i grandi modelli brassicoli europei.

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