Gentile Direttore Feltri,
sono una donna e raramente una notizia mi ha procurato un dolore così profondo come quella di Gatto, il micio che da oltre vent’anni viveva davanti al Cinema Centrale di Imperia. Un gatto anziano, conosciuto da tutti, che aveva fatto di quel luogo la sua casa. Da quanto è stato raccontato, una coppia di turisti, convinta che fosse un animale abbandonato, lo ha preso e lo ha consegnato ai servizi veterinari. Poco dopo, la sua vita si è conclusa. Non riesco a smettere di pensarci. Continuo a immaginare quel povero animale. E soprattutto mi chiedo: perché? Perché intervenire su un animale che non si conosce? Perché non chiedere prima a chi vive in quel posto: Scusate, questo gatto è di qualcuno? È seguito?. Provo una profonda rabbia.
Roberta Ricci
Cara Roberta,
ti capisco. Questa storia ha rattristato anche me, più di tante altre che leggiamo ogni giorno. Chi vive con un gatto
sa bene che non è un cane. Il gatto non appartiene tanto a una casa quanto a un territorio. È lì che costruisce la propria esistenza, riconosce gli odori, i rumori, le persone, i ritmi delle giornate. E quando il gatto è anziano, tutto questo diventa ancora più importante. Anche i miei gatti, diventando vecchi, hanno modificato le loro abitudini. Dormono di più, si muovono meno, cercano sempre gli stessi angoli, le stesse coperte, gli stessi punti di casa. La vecchiaia rende tutti più fragili, uomini e animali. Per questo provo una sincera compassione pensando a quel povero micio.
Viviamo in un’epoca in cui tutti sentono il bisogno di intervenire su tutto. Lo chiamano senso civico. Ma forse il senso civico, qualche volta, consiste anche nell’avere l’umiltà di fermarsi e capire se il nostro intervento sia davvero necessario.
È evidente che in questo caso si sia voluto soccorrere chi non aveva bisogno di essere soccorso. E il risultato è stato il
più tragico possibile. Forse questa vicenda dovrebbe insegnarci una cosa: aiutare non significa agire d’impulso. Naturalmente non conosco il cuore di quelle persone e non penso che abbiano agito con cattiveria, ossia in malafede. È possibile che fossero convinte di fare la cosa giusta. Ma le buone intenzioni, da sole, non bastano.
Non tutto ciò che appare abbandonato è davvero abbandonato. Talvolta la prudenza è una forma di rispetto. E il rispetto, prima ancora di agire, impone di conoscere. Perché il vero senso civico non consiste nel sentirsi sempre chiamati a intervenire. Consiste nel capire quando il nostro intervento è davvero utile. In caso contrario, il rischio è quello che questa tristissima storia ci consegna: credere di salvare una vita e, invece, decretarne la fine.
