«A furia di culturalmente corretto la cultura muore»

Cultura omologata, visione della storia conformista e appiattita. Utilizzo della parola revisionismo come arma per colpire chiunque presenti teorie o idee che divergono dalla manualistica o almeno quelle idee che vengano considerate pericolose per l’ideologicamente corretto identificato con gli stereotipi della liberal-democrazia (ne scriveva ieri su queste pagine Gianfranco de Turris). Una situazione di ristagno in cui destra e sinistra si assomigliano sempre di più, almeno per la loro paura nel mettersi in discussione, nel proporre idee forti? Ne abbiamo Parlato con Giorgio Galli, storico e politologo a cui si debbono un bel po’ di titoli provocatori come Hitler e il nazismo magico, Piombo rosso o il recente Le coincidenze significative. Da Lovecraft a Jung, da Mussolini a Moro, la sincronicità e la politica (Lindau).
Professor Galli i governi cambiano, destra e sinistra si alternano, ma culturalmente tutti cercano di evitare di impelagarsi con temi scottanti...
«Penso che ormai siamo di fronte ad un pensiero omologato che si è formato non tanto sul consenso su certi temi ma piuttosto a partire dall’idea di escluderne certi altri. Sia a destra che a sinistra si finisce per omettere tutti quei temi che possono risultare disturbanti rispetto ad una consolidata vulgata neo-liberale».
Qualche esempio?
«Per quanto riguarda la sinistra a stento si arriva a parlare di Berlinguer, Togliatti si fa finta che non sia mai esistito. A destra c’è stato un lungo discorso ideologico culturale, legato a Evola, Carl Schmitt, Céline... Adesso non se ne parla più... Se lei legge l’ultimo libro di Gianfranco Fini tutti quelli citati sono dei liberali... Non si tratta di misconoscere i meriti del liberalismo ma con questo processo di esclusione si finisce con il non parlare più di alcuni dei personaggi che hanno fatto il Novecento. Si può litigare su Stalin, non si può smettere di parlare di Stalin...».
Da cosa nasce questa «conventio ad excludendum»?
«Il punto di partenza è l’idea portata avanti da storici liberali come Robert Conquest che hanno presentato il XX secolo come il secolo delle ideologie assassine. Non è che sia una tesi priva di valore. Però le grandi stragi sono iniziate prima delle ideologie. Si potrebbe anche parlare di una grande guerra dei trent’anni iniziata nel 1914 e finita nel 1945. Una guerra nata prima del grande confronto ideologico tra nazifascismo e comunismo. Ma così l’idea delle democrazie liberatrici viene messa in discussione...».
E qui scattano le accuse di revisionismo?
«Ovviamente c’è revisionismo e revisionismo. C’è il revisionismo suffragato dai documenti e quello legato all’opportunismo di sfruttare determinate situazioni politiche... Ma ad esempio la lettura della Seconda guerra mondiale come guerra civile europea, a cui hanno contribuito storici di destra o di sinistra come Claudio Pavone, aveva un suo fascino e si prestava a molte implicazioni... Tanto per dire spiega molto dell’ascesa di Cina, India e Stati Uniti mentre l’Unione europea non riesce invece a trasformarsi in un vero soggetto politico. Non ci riesce perché siamo ancora lacerati da quelle ferite... Ma anche questa discussione non rientra nei canoni della glorificazione del modello liberal-democratico ed è stata accantonata».
Da questo conformismo come si esce?
«Nell’ambito degli intellettuali quelli che non hanno voglia di farsi condizionare dalla vulgata possono riuscirci... A livello di cultura di massa il discorso è diverso, l’opinione pubblica sembra orientata sempre più a parlare delle stesse cose e sempre più allo stesso modo... Credo che l’unica possibilità che ci sia un cambiamento in questo fenomeno sia che si verifichi un trauma, una crisi vera, che potrebbe anche arrivare...».
Ma è un fenomeno solo italiano o globale?
«Ormai tutti i fenomeni sono globali. Succede anche all’estero, in Francia il dibattito è tutto sulla fine dei maestri... Certo da noi esistono alcune debolezze culturali e le scontiamo... La sinistra da noi si è tutta appiattita sulla parola democrazia, sulla cultura di massa...».

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