Per David Hockney e solo per lui ho preso l'aereo e sono volato a Londra, e un'altra volta a Parigi. Tate Gallery, Centre G. Pompidou. Io che spesso faccio fatica a raggiungere il centro di Milano (8 minuti) per qualche ennesima mostra imperdibile. Ma Hockney era speciale. Non era un pittore, era David Hockney. Prendete un catalogo delle sue opere, scorrete gli occhi lungo le decine e decine di ritratti a matita, e non ne troverete uno che sia uno di cui si possa dire: be' questo poteva anche non farlo. Ogni riga è necessaria, è quella, non poteva essere che quella. Che dipingesse alberi, paesaggi troppo grandi per entrare davvero in un quadro, scorci sbirciati dalla finestra, salotti senza abitanti, amici/amanti nell'atto di tuffarsi in acqua o di fare la doccia, i genitori seduti in un salotto dove uno specchio riflette un dipinto di Piero della Francesca, oppure un incantesimo gettato come un ponte da un corpo a un altro corpo; che si esprimesse con la matita o con i colori a olio, oppure facendo dei collage, Hockney sembra cogliere qualunque cosa nell'istante in cui Dio la pensa e la trae dal nulla, in una specie di festa irrequieta.Guardando i suoi quadri ci si persuade che Dio non crea soltanto uomini animali e alberi ma anche i divani e le piscine, e probabilmente le cose stanno proprio così, perché è vero, come diceva Hölderlin, che "ciò che esiste lo fondano i poeti". Il mondo o esiste poeticamente, o non esiste. Uomini privi di qualsiasi senso estetico lo stanno distruggendo - per questo ogni grande opera d'arte è un grido potente, disperatamente speranzoso. Già anziano, Hockney cominciò a dipingere con l'iPad e l'iPhone, e continuò a fare capolavori.
L'artista immenso non è un visionario, non crea mondi invisibili, ma spalanca davanti a noi il mondo nella sua sterminata visibilità. Noi ne abbiamo appena perso uno. Che ora si trova quasi certamente a parlare di pittura, con il Padre Eterno.