«La premura di Canova d’avere un quadretto con la statua dipinta della moglie di Luciano Bonaparte in due vedute di faccia e di schiena, che è una delle bellissime statue di Canova, della quale non era anche finito il modello quando voi partiste». Bernardino Nocchi lo scriveva al figlio Pietro il 9 luglio 1808. Quel quadretto è il dipinto di Palazzo Mansi a Lucca. Canova aveva pensato la Tersicore come ritratto idealizzato di Alexandrine de Bleschamp e volle che Nocchi ne fissasse l’immagine. Pietro aveva lasciato Roma nel maggio 1806; due anni dopo il modello non era ancora finito. Nel 1811 la commissione passò a Giovanni Battista Sommariva e Canova cambiò soprattutto la testa. Il marmo, firmato nello stesso anno, ha un volto che non appartiene più a nessuno. Il quadretto conserva la fase precedente. Nocchi mette la figura due volte, in due nicchie nere scavate in una parete color porfido. A destra la vediamo di fronte, il volto girato verso la lira. A sinistra di spalle: la linea delle scapole, il nodo della veste. Sono due immagini immobili, ma chi guarda le unisce e ricostruisce il fianco che non vede. Davanti a una statua lo farebbe camminando. Sul plinto compare un rilievo con due mani, una maschile e una femminile, che si stringono. Nel 1809 Giuseppe Antonio Guattani lo spiegò come emblema della fede e della concordia coniugale. Nella versione definitiva non c’è: il quadretto documenta uno stato dell’opera che non si conosce altrimenti. Vale la pena fermarsi, anche se non serve al discorso. Alexandrine era la seconda moglie di Luciano, vedova quando la sposò nel 1803, e Napoleone non accettò mai quel matrimonio: costò al fratello il posto in famiglia e l’esilio italiano. Far scolpire quelle mani ai piedi di una musa significava rivendicare ciò che l’imperatore negava. Poi la commissione cambiò mano, e col volto sparirono anche le mani.
Bernardino era nato a Lucca nel 1741. La famiglia lo avviò alla mercatura; lui scelse il disegno e andò a bottega da Giuseppe Antonio Luchi, il Diecimino. Nel 1763 dipinse l’Autoritratto, il suo primo lavoro conosciuto. Ha ventidue anni, indossa una veste da camera rossa e indica un dipinto appena terminato. Partì per Roma nel 1769 con Stefano Tofanelli, grazie all’aiuto del padre e del nobile Carlo Conti. Frequentò la scuola del nudo di San Luca ma non ne divenne membro: nel 1773 pensò di presentarsi,
poi Nicola Lapiccola e Pompeo Batoni si allontanarono dalle congregazioni e gli vennero meno le «armi più forti». Fu allievo di Lapiccola e nel 1780 gli succedette come pittore dei Sacri Palazzi. Vennero la Biblioteca Vaticana, il Quirinale. Nel 1790 disegnò il Laocoonte per un’incisione di Francesco Piranesi, nella serie di statue antiche dedicata a Pio VI; sulla lastra, in basso a sinistra, si legge «Bernardino Nocchi disegnò». Nella mia collezione c’è il suo Ritratto della venerabile Maria Clotilde di Borbone, regina di Sardegna, del 1809. Davanti a quel quadro mi sono compiaciuto della resa dell’inginocchiatoio e degli apparati liturgici più che della figura: il legno e le stoffe sono guardati con una cura che alla venerabile non è riservata. È un compiacimento da collezionista, lo so. Ma quella tela nasce da una causa di beatificazione: Maria Clotilde, sorella di Luigi XVI, era morta a Napoli nel 1802 e proclamata venerabile nel 1808; il quadro era destinato al Papa. In un’immagine che deve attestare una santità gli oggetti della devozione pesano quanto chi li usa. Nocchi ne dipinse altre cinque. Canova si serviva di lui per i disegni destinati alle incisioni delle proprie sculture, e lo aiutò con il denaro quando, malato, non poté più lavorare. Morì a Roma il 27 gennaio 1812.
Pietro era nato a Roma nel 1783. Crebbe nella bottega del padre, frequentò San Luca e arrivò a Lucca nel 1806, quando Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi ne avevano appena fatto una corte. Non gli andò bene subito. Nel 1807 propose per la reggia soggetti mitologici che non piacquero: i sovrani volevano una pittura di gran lusso. Gli restava il ritratto. Il Ritratto di Elisa Baciocchi con la figlia Elisa Napoleona è del 1808. Elisa siede e tiene la bambina sulle ginocchia, in un grande abito bianco ricamato d’oro, perle e diadema. La figlia si appoggia a lei e lascia cadere delle tessere che compongono il nome di Napoleone. Nel quadro non ci sono stemmi. Le sedute furono faticose. Elisa concedeva pochi minuti e in quei minuti leggeva, mangiava, si occupava d’altro; l’abate Jacopo Chelini ricordava gli occhi, sempre in moto, capaci di vedere tutto nella stanza. Del proprio volto non fu contenta; disse riuscito quello della bambina, mentre Pietro pensava di averla favorita fin troppo. Non era il primo a scontentarla: nella prima immagine ufficiale dei nuovi principi, del
1805, Tofanelli le aveva lasciato il mento forte, il naso lungo, gli occhi grandi e scuri, e lei chiamava quel ritratto «mostro». Preferiva Gérard e Benvenuti, che addolcivano i lineamenti. Pietro corregge qualche tratto, ma non fino a farne una bellezza qualunque. La bocca resta ferma. Lo sguardo non cerca chi guarda. La bambina ha un abbandono che alla madre non è concesso. La prima versione andò a Parigi, perché Jean-Baptiste Regnault si servisse dei lineamenti per il quadro delle nozze di Girolamo Bonaparte. Oggi è ad Ajaccio, al Museo Fesch, con due repliche; una terza è a Palazzo Mansi, richiesta da Elisa dopo l’insoddisfazione per la prima. Quell’abito non è un’invenzione del pittore. È la veste che Marie-Guillemine Benoist dipinse su Elisa in grande robe du sacre, l’abito dell’incoronazione del 2 dicembre 1804: bianca ricamata in oro con palmette e spighe, diadema di perle e rubini. Torna anche nel ritratto di Tofanelli. E qualcosa di quel guardaroba è rimasto: due vesti del Primo Impero e un manto, in tulle di seta e lamine d’argento, appartenuti a Elisa negli anni lucchesi, oggi a pochi passi dal quadro. Gli studi recenti apparsi su Luk, la rivista della Fondazione Ragghianti, permettono di comprendere meglio il prestigio e la rarità di questi manufatti scoperti da Renata Frediani. Del vestiario delle donne Bonaparte è sopravvissuto poco: alla Malmaison quello di Joséphine e di Ortensia, a Lucca questo. Tofanelli morì il 30 novembre 1812 e Pietro fu chiamato a succedergli nella scuola di disegno. Il regolamento del 23 ottobre 1822 vi aggiunse Raffaele Giovannetti come maestro di disegno, lasciando a Nocchi la pittura e il titolo di direttore. Nella relazione del 1872 sull’Istituto lucchese, Enrico Ridolfi ricorda per la prima metà del secolo Pietro Nocchi, Giovannetti e Michele Ridolfi, suo padre. Annota anche che il governo dei Baciocchi aveva cominciato a dare pensioni ai giovani perché si perfezionassero a Roma. Prima ci pensavano i privati. Era il modo in cui, nel 1769, era partito Bernardino. Pietro morì a Lucca il 14 agosto 1854. Aveva insegnato per oltre trent’anni nella città che suo padre aveva lasciato nel 1769 e dove non tornò più a vivere.
