Lo confessiamo. Non c’è sera in cui non vediamo l’edizione del Tg4 di Andrea Pucci con Stefania Cavallaro, così come non c’è mattina in cui non leggiamo la critica tv di Aldo Grasso. Alla prima non basta piacere a se stessa, vuole piacere al pubblico. Al secondo non basta piacere al pubblico, vuole piacere a se stesso. In fondo sono uguali.
E insomma ci è dispiaciuto leggere la rubrica in cui Grasso, che lavora da Cairo, patron di La7, stronca la Cavallaro, che lavora a Mediaset, ormai sponsor della sinistra...
Scrive lui di lei: «quanto a teatralità, al confronto Emilio Fede era un dilettante»; «non presenta le notizie: le presidia»; non si limita a dirigere il traffico, ma distribuisce multe; si fa valere con lo sguardo, le interruzioni e le domande che sono già risposte; e invita solo «voci che condividono la visione del mondo della casa». Praticamente l’identikit della Gruber. «Ma cosa c’entra Lilli adesso?». «Boh, così: in realtà vale per tutti i conduttori di La7...». E comunque la Cavallaro almeno non è stata europarlamentare del Pd.
Mah. Noi - al netto delle lezioni di obiettività e pluralismo - continuiamo a preferire il giornalismo di parte, anche quando sconfina nella partigianeria, Bella ciao, Bella Bro. Ci evita la fatica di fare i moralisti.
E per il resto. Per quanto riguarda la teatralità, ogni conduttore - ce l’hai insegnato tu, Aldo, parlando dei Ranucci e dei Formigli - è protagonista delle storie che racconta; e per quanto riguarda invece la faziosità, sarà pure la cifra della Cavallaro; ma prima di tutto è la linea editoriale di La7.
