Il governo porta davanti alla Corte costituzionale la legge del Veneto sul fine vita, approvata dal Consiglio regionale lo scorso settembre. Una decisione coerente con la linea già adottata nei confronti delle altre Regioni che avevano legiferato in assenza di una disciplina nazionale, ma politicamente significativa perché, per la prima volta, riguarda una Regione governata dal centrodestra. Nel Consiglio dei ministri di ieri non sono infatti mancate differenze di posizione.
Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, della Lega, ha votato contro l’impugnazione, sostenendo che la norma veneta abbia natura ordinamentale e si limiti a fissare procedure e linee guida nel rispetto delle norme già vigenti. Il vicepremier Matteo Salvini, secondo fonti informate, non avrebbe invece partecipato alla discussione e al voto. Di diverso avviso Antonio Tajani, che ha sottolineato la necessità di un intervento legislativo del Parlamento. Il governo, comunque, ha seguito la stessa linea adottata per Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, mentre anche l’Umbria si è dotata di una disciplina sul fine vita. In assenza di una legge nazionale, si rischia una frammentazione territoriale su una materia sulla quale la Corte costituzionale ha più volte sollecitato il Parlamento.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto e sostenitore della legge, ha rivendicato la scelta pur riconoscendo la legittimità dell’iniziativa del governo. «Rispetto pienamente la decisione assunta oggi dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita. È una prerogativa costituzionale del governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità», ha commentato. Nel 2024 il primo tentativo veneto era stato bocciato per un solo voto e, da allora, le Regioni hanno finito per supplire all’assenza di una disciplina nazionale, esponendosi a ricorsi e conflitti istituzionali.
Sul fronte della sanità, il centrosinistra ha scelto la legge di Bilancio come terreno di scontro, accusando il governo di tagliare il servizio pubblico. Prima di chiedere altre risorse a Roma, però, sarebbe utile guardare ai conti delle Regioni amministrate dalla sinistra. Secondo la Corte dei conti, nel 2025 il disavanzo sanitario regionale prima delle coperture è salito a 2,3 miliardi, quasi 800 milioni in più in un anno. La Toscana di Eugenio Giani ha chiuso con un rosso di 340 milioni, la Puglia di 349 milioni, più che triplicati dagli 84 milioni del 2024, e la Sardegna di Alessandra Todde deve coprire oltre 318 milioni di disavanzo provvisorio delle aziende sanitarie. Quasi un miliardo in tre Regioni, oltre il 40% del deficit complessivo. Il confronto con il Lazio di Francesco Rocca, che pur sotto Piano di rientro ha chiuso in utile per il terzo anno consecutivo, è significativo.
Nel frattempo il governo rivendica un rafforzamento del finanziamento sanitario. Con la legge di Bilancio 2027 il Fondo sanitario nazionale sale a 146,3 miliardi, 3,4 miliardi in più rispetto al 2026 e al livello più alto mai raggiunto. A questi si aggiunge la card da 300 euro per gli over 75 con pensioni fino a 28mila euro, destinata a farmaci e visite specialistiche. «In questa manovra non c’è la parola tagli», ha ricordato il ministro Orazio Schillaci. Elly Schlein sostiene invece che la manovra «taglia sulla sanità» e che «questa destra vuole smantellare la sanità pubblica, la vuole a misura del portafoglio delle persone». L’assessora toscana Monia Monni l’ha definita una «mancia», mentre il governatore emiliano Michele de Pascale ha parlato di «scelta incostituzionale».
Tajani ha sintetizzato la posizione del governo: «Non possiamo stravolgere la manovra, una manovra che mi ha soddisfatto, sulla sanità abbiamo fatto molto più di quanto fatto dai governi della sinistra. Sappiamo bene qual è la situazione dei conti pubblici, non si può ottenere tutto». Prima di impartire lezioni di economia a Roma, dunque, sarebbe il caso che chi governa le Regioni spiegasse come si sono accumulati disavanzi così pesanti.
