La partita dei conti pubblici non è ancora chiusa e l’Italia potrebbe superare un altro esame. La revisione Istat di Pil e deficit potrebbe riscrivere, in parte, lo scenario con cui il governo affronterà la legge di Bilancio. Il punto di partenza è quel 3,1% (precisamente il 3,07%) di deficit/Pil registrato in primavera.
I precedenti autorizzano un minimo di ottimismo. Le revisioni autunnali dell’Istat hanno più volte modificato sensibilmente il quadro: nel settembre 2023 il Pil nominale del 2022 fu rivisto al rialzo di oltre 37 miliardi, mentre nel 2024 la revisione generale portò a una correzione di oltre 42 miliardi per il Pil nominale del 2023. Lo scorso anno il Pil nominale del 2023 è stato aumentato di 11,2 miliardi rispetto alla stima di marzo. Non significa che il verdetto di settembre sarà necessariamente favorevole. Il denominatore può aumentare, ma anche il deficit può essere oggetto di aggiornamenti. Resta quindi una partita al centesimale, nella quale pesa anche la coda del Superbonus.
Se però l’Italia dovesse scendere sotto il 3%, si aprirebbe una fase nuova. La Commissione ha certificato a giugno che l’Italia ha adottato azioni efficaci per correggere il disavanzo. Uscire dalla procedura non consegnerebbe automaticamente a Palazzo Chigi un «tesoretto» di 6-8 miliardi su base biennale (tra recupero del deposito cauzionale per l’extradeficit e minore spesa per interessi), ma renderebbe assai più gestibile la programmazione della spesa senza mettere in discussione il percorso di risanamento. Come ha detto a Cernobbio Giorgetti, «la legge di Bilancio dovrà essere affrontata tenendo conto ovviamente di quelle che sono le ragioni della politica» ma «il patrimonio di credibilità costruito conta tantissimo».
È qui che entra in gioco la clausola di salvaguardia nazionale. L’Italia ha chiesto lo 0,9% per le spese di difesa e lo 0,6% per la sicurezza energetica, in totale circa 36 miliardi. Non possono essere usati per qualsiasi intervento. A proposito di energia Bruxelles indica soprattutto investimenti nelle reti e nel risparmio energetico. «Si tratta di un varco nella governance economica europea che l’Italia ha aperto spendendo la propria credibilità», ha dichiarato ieri Giorgetti ricordando che è «comunque spesa aggiuntiva e per questo guarderemo con attenzione a ogni euro speso» poiché «le spese si collocheranno nel percorso di risanamento dei conti». Il ministro ha anticipato che gli interventi «spazieranno in vari ambiti: famiglia, imprese, settore pubblico e dovranno ridurre la dipendenza estera». E «la sovranità energetica passa anche dal nucleare», ha concluso. Poiché la clausola non può essere usata per un calmiere delle bollette o delle accise, è probabile che eventuali interventi restino fuori dalla manovra. Primo banco di prova il Consiglio dei ministri di domani dove sono attese le nuove misure mirate contro il caro-carburanti.
Il vero margine, alla fine, potrebbe essere fiscale. Il taglio dell’Irpef per il ceto medio può essere finanziato attraverso una combinazione di maggiori margini derivanti dalla crescita del Pil, revisione della spesa e risorse liberate dalla possibilità di collocare alcune uscite già previste nel perimetro della flessibilità europea. Idem per il capitolo pensioni e lavoro. Sempre restando credibili. È questa la vera sfida.
