Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 09:55
Governo

Un misero decimale che costa carissimo. Ma ora spunta il rebus del voto

La “campagna acquisti” di Vannacci destabilizza. Fdi e Lega tengono la barra dritta, Fi teme il boom populista

Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica presso l'aula del Senato Roma, 11 settembre 2026 ANSA/FABIO CIMAGLIA

Prima scuola di pensiero. Qui Forza Italia. Nel corridoio dei passi perduti di Montecitorio, luogo storico della politica italiana, Roberto Pella, probabile relatore della prossima legge di Bilancio (lo fu già l’anno scorso) e a suo dire «lontano parente» del Giuseppe che fu per anni artefice della politica economica della Dc, ha lo sguardo stralunato. Da poco l’Istat ha comunicato che il rapporto deficit/Pil è rimasto al 3,1%, per cui l’Italia quest’anno non esce dalla procedura d’infrazione Ue. La conseguenza è che il sogno del ministro dell’Economia di avere margini sul bilancio si sono infranti su uno 0,03% di troppo. Limite non da poco nell’anno elettorale. Si sfoga Pella: «Un problema enorme. I primi segnali li abbiamo visti oggi in commissione. Il sottosegretario Freni ci ha detto che a questo punto non c’è posto per gli emendamenti nel decreto per la Pa. Non ci sono risorse. Ma senza risorse, dico io, allora sarebbe meglio andare a votare subito. Anche domani». Intanto la situazione non cambia, semmai peggiora. Vannacci continuerà a gonfiarsi. «Alla festa di mia figlia ho avuto la cattiva idea di chiedere cosa avrebbero votato i suoi amici. Erano tutti ragazzi dell’Erasmus e quaranta su sessanta hanno risposto Vannacci. La stessa cosa due sindacaliste della Cgil della mia azienda. E siamo nel Biellese. Ecco perché voterei subito e per convincere tutti i parlamentari farei pure un provvedimento che riduce a quattro gli anni necessari per la pensione», racconta.

Siamo a questo punto. Il sogno di Giorgetti si è trasformato in incubo. Vai alla buvette e con un ministro forzista, Zangrillo, il discorso non cambia. «Anch’io andrei alle urne domani - spiega - ma non posso dirlo. Fino ad ottobre non teniamo. Se poi ci mettiamo le menate del no alle minigonne buonanotte! Noi la figa l’abbiamo nel simbolo del partito. Le parole di Tajani avranno fatto rivoltare Berlusconi nella tomba».

Seconda scuola di pensiero. Qui Fdi e Lega. Da queste parti argomenti come la procedura d’infrazione, i soldi per l’anno elettorale e la data del voto si coniugano o con l’ottimismo di maniera, o con l’irritazione verso il puntiglio maniacale di Bruxelles, o con il fatalismo. Nel bel mezzo del Transatlantico il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, è un fiume in piena. «Lasciamo stare - si infervora - abbiamo recuperato 8 punti nel rapporto deficit/Pil e tu mi blocchi per lo 0,1%: ma vaffal’ovo! È il problema di questa Europa protestante, luterana e illuminista. Manca di sentimento. Ormai il sentimento lo trovi solo nell’Europa dell’Est dove non trovi un comunista. Dovrebbero essere severi con la Francia che se ne frega e più disponibili con noi che ci siamo impegnati!».

Il momento dell’ira. Poi c’è il momento dell’ironia. «Assurdo - spiega Francesco Filini, una delle teste lucide di Palazzo Chigi - mancava lo 0,03% per arrotondare e stare dentro. Cioè quei 650 milioni per il super-bonus di Conte che sono a bilancio, ma che già non dovrebbero esserci perché l’Agenzia delle entrate li considera truffe. È il colmo. Colpa del fiscalismo teutonico quando la Germania è al 3,1%. Magari avremo margini di spesa più stretti, ma sul piano politico cambia poco. Salvini e Tajani vogliono andare a fine legislatura per risalire nei consensi. Non è sbagliato: l’onda vannacciana dà segni di regressione. Per Noto il Generale ha perso l’1% nell’ultima settima». Sarà ma intanto ieri con Vannacci è passato un altro deputato di Forza Italia, Calderone. E sono nove. In più Ziello, viceré del Generale in Parlamento, confida: «In dieci giorni ne arriveranno altri tre». Discorsi che fanno precipitare il leghista Candiani nel pozzo del fatalismo. «Il Generale non si sgonfia», ammette. «Perché andiamo avanti? Perché la speranza è l’ultima a morire. Dovrebbero finire le guerre, ma le guerre non dipendono da noi», taglia corto.

Sull’altro versante, quello del campo largo, a stento nascondono la soddisfazione. L’ossessione elettorale fa perdere di vista l’interesse del Paese. «Accelereranno verso il voto - è l’impressione di Alfonso Colucci, consigliere di Conte- : i conti non gli tornano più. Per abolire il bollo auto sono ricorsi ai residuo del Pnrr. E non lo potrebbero fare». Ma allora quando si vota? Federico Fornaro, esperto del settore del Pd, azzarda una previsione: «Ad aprile no perché la Meloni non potrebbe giocarsi più la carta della stabilità. Fino ad ottobre non riesce a resistere. Punto su giugno: con l’election day può dire che fa risparmiare cento milioni allo Stato».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.