Nove mesi fa raccontavamo la Scuola di pace della Cgil: corsi agli insegnanti, «Conosci l’Islam», la classe come casamatta tardo gramsciana. Oggi Valditara vuole un tetto per legge alle classi dove non si parla italiano. Il punto è lo stesso. La scuola non è un luogo neutro: è dove si decide in che lingua si pensa. Chi forma i maestri, forma il Paese. E la partita dell’integrazione si gioca lì.
Vent’anni fa aveva fatto scandalo il caso della scuola di via Paravia a Milano: due alunni italiani, tutti gli altri stranieri. Quella storia oggi è comune a moltissimi istituti. Per evitare squilibri e gestire ciò che il Pd finge di non vedere, è in arrivo un decreto legislativo preparato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: prevede il tetto del 30% non di stranieri ma di «stranieri che non conoscono l’italiano». «Sarà un decreto di integrazione trapela da fonti di governo e non di divisione».
Oggi la scuola vive una situazione paradossale: vietati alle ragazzine jeans e gonne sopra al ginocchio, ma autorizzati come nulla fosse niqab e burqa. Levati i crocifissi sopra le lavagne un giorno, chiusa la scuola per Ramadan l’altro, ecco che in classe spadroneggiano maranza e stranieri. Non solo: i programmi di italiano rallentano per aspettare chi non ha ancora imparato bene la lingua e a fine anno ci si trova spesso indietro con le lezioni. Con il risultato che gli alunni italiani vengono penalizzati e arrivano in terza media senza essere sicuri se per scrivere «qual è» serva l’apostrofo o no.
Ai «negazionisti» ricordiamo i numeri: alle primarie il 14% degli alunni è straniero, alle medie il 13,7 e alle superiori il 9%. Gli ultimi dati sono quelli pubblicati dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla mobilità umana) all’inizio di settembre e riguardano l’anno scolastico 2024/2025, quando dietro i banchi gli stranieri erano 931mila. L’anno precedente 930mila, nel 2004/2005 erano meno della metà: 370mila. Cifre che non vanno considerate alte in assoluto ma che raccontano di una crescita costante, diventata nel tempo ingestibile in alcune città, in alcune scuole, soprattutto al Nord, dove risiede il 65% degli stranieri: alle primarie sono il 22% in Lombardia, il 24% in Emilia Romagna e il 19% in Veneto. Al Sud invece ci sono regioni in cui non si arriva nemmeno al 6%. Alla «Giulio Cesare» di Mestre, quasi tutti i bambini (il 90%) sono stranieri. A Monfalcone ci sono scuole in cui gli stranieri sono più della metà: all’istituto superiore «Sandro Pertini», alcune studentesse musulmane sono state autorizzate a frequentare le lezioni indossando il niqab dopo un riconoscimento quotidiano in una stanza riservata, per evitare l’abbandono scolastico. All’«Iqbal Masih» di Pioltello gli stranieri sono il 43%: è proprio l’istituto alle porte di Milano ad aver voluto la chiusura per il Ramadan. Nel marzo del 2024, a Pordenone, un’alunna di 10 anni (quindi ben prima della pubertà) si è presentata in una scuola elementare indossando il velo islamico integrale che copre il corpo e il volto lasciando scoperti solo gli occhi. A Firenze, all’istituto superiore «Sassetti-Peruzzi» è stata riservata un’aula per la preghiera durante il Ramadan.
E Milano rappresenta sempre un caso: ci sono 35 plessi scolastici dove oltre il 50% degli iscritti è di origine straniera. Nelle 24 elementari dove gli italiani sono meno della metà, ci sono 122 nazionalità diverse e nelle 11 medie 115. «A Milano in tutti i quartieri multietnici, alimentati dalla propaganda immigrazionista Pd, le classi ghetto sono una costante - denuncia Silvia Sardone, candidata sindaco a Milano e vice segretario della Lega - Questo cosa comporta? Che tutti gli alunni, sia quelli italiani sia gli stessi stranieri, non raggiungono un’adeguata formazione scolastica per evidenti motivi di rallentamento dei programmi. Il sindaco Sala ha sempre preferito puntare sulla finta integrazione a discapito della qualità dell’istruzione. È una questione politica e le polemiche di Pd e compagni all’annuncio del governo di fissare un tetto alla presenza ne sono la prova più lampante».
