È una guerra giusta Non possiamo lasciarla incompiuta

Quella che facciamo in Afghanistan è una guerra giusta. O, se si pensa ai condizionamenti in cui l’azione dei militari italiani si svolge, una «quasi guerra» giusta. L’invocare il proprio buon diritto - anche quando non c’è - per legittimare l’uso delle armi è una vecchia regola internazionale. Ma se c’è un caso nel quale la ragione sta tutta da una parte è quello dell’Afghanistan. Di là è partita, non provocata, l’aggressione terroristica contro gli Stati Uniti: che è stata un’aggressione contro tutto l’Occidente.
L’azione dei contingenti militari stranieri in Afghanistan non è una rappresaglia, è la bonifica d’un territorio contaminato dai veleni del fanatismo religioso e dell’odio per il Paese che s’è posto come portabandiera dei principi di libertà. Il termine a qualcuno non piacerà. Ma una bonifica di quell’importanza non può essere lasciata a metà. I militari stranieri potranno andarsene non dico quando saranno funzionanti le regole della democrazia - il progetto sarebbe troppo ambizioso - ma quando saranno state recise le radici del terrorismo.
Il ragionamento secondo cui è meglio lasciare che i fatti loro gli afghani se li sbrighino da soli è allettante ma molto inquietante. I fatti loro, quando diventano terrorismo, sono purtroppo terribili fatti nostri. Possiamo trovarci coinvolti - siamo già coinvolti, e sei bare lo dimostrano - in uno stillicidio di tragedie. La Lega, che ama le semplificazioni, si adegua a certo buon senso comune e in sostanza sollecita il ritiro. La sinistra infioretta il cordoglio con i soliti luoghi comuni sulla missione di civiltà e sugli aneliti di pace. Sì, la voglia di tagliar corto è grande. Ma è anche miope.
Come completare la bonifica? Questo è il problema. Le anime nobili - e ingenue - sostengono che tutto si sistemerà se in Afghanistan trionferà la democrazia, se cioè funzioneranno i meccanismi che nei Paesi liberi garantiscono la libertà. Ho insieme a molti la convinzione che la democrazia formale - per usare un termine spregiativo che piaceva ai comunisti - sia un’automobile di lusso fatta per correre sulle strade lisce dei Paesi sviluppati. Per altri terreni - l’Afghanistan senza dubbio è del numero, come l’Irak - ci vuole il fuoristrada o il bulldozer.
Se ci si attiene al principio fondamentale della democrazia secondo cui il volere della maggioranza va rispettato, in Afghanistan si rischia l’opposto d’un cammino verso la libertà. In un Paese dell’Islam profondo il volere della maggioranza coincide con quello del clero (e occasionalmente di potentati locali). La via d’uscita da una situazione di questo tipo è, sul lungo percorso, la «laicizzazione» autentica delle istituzioni. I contingenti stranieri non possono avere un compito di questo genere, che è estraneo alla loro vocazione, che è difficile, e che richiede tempi lunghi. Possono tutt’al più assicurare - se ci riescono - la libera espressione di altre fedi religiose e di sentimenti e ideologia laiche, in chi le ha: e che, all’interno d’uno stato feudale, senza le truppe venute da lontano, rischierebbe d’essere perseguitato per la sua dissidenza. I contingenti stranieri non sono la soluzione. Ma nemmeno sono, come qualcuno - in Afghanistan o fuori dall’Afghanistan - sostiene, il problema. Anche con i soldati stranieri c’è il terrorismo. Senza di loro ci sarebbe il terrore.