«Arriveranno gli uomini cattivi e mi porteranno di nuovo a Gaza?». Abigail Mor Edan, 6 anni, continua a fare questa domanda ogni volta che i missili dei terroristi puntano su Israele e lei è costretta a rifugiarsi in un bunker. Aveva appena tre anni quando il 7 ottobre 2023 i miliziani di Hamas entrarono nella sua casa, nel kibbutz di Kfar Aza, uccisero la madre Smadar e il padre Roee, mentre lui fece da scudo alla figlia con il proprio corpo, strappandola alla morte. La piccola riuscì a fuggire nell’abitazione dei vicini, ma anche lì non trovò scampo. I terroristi sequestrarono lei e tutta la famiglia che le aveva dato rifugio, mentre i suoi due fratelli, Amalia e Michael, scamparono all’orrore rinchiusi in un armadio per 14 ore. Lei, la piccola Abigail, rimase per 51 giorni nelle mani di Hamas nella Striscia di Gaza, infine liberata il 26 novembre 2023, durante una delle tregue temporanee. «Ora va a scuola, gioca con i suoi amici, ha il grande amore dei suoi nuovi genitori, quei vicini con cui ha condiviso il rapimento a Gaza e che hanno adottato lei e i suoi fratelli rimasti orfani. Ma tutti noi sappiamo che quando va a letto, ogni sera, la mamma e il papà che l’hanno cresciuta fino al 7 ottobre non ci sono più e sappiamo che per ogni compleanno che festeggerà non ci saranno più», racconta al Giornale la zia, Liz Hirsh Naftali, che interverrà oggi alle 18.30 alla sinagoga di via Guastalla a Milano, durante la commemorazione per i tre anni dal pogrom di Hamas.
Zia Liz, di nazionalità statunitense, da allora è diventata un’attivista per i diritti umani, ha scritto un libro, «Saving Abigail», che ricostruisce l’orrore vissuto dalla sua famiglia, e gira il mondo per ricordare a ebrei, musulmani e cristiani quei 1200 israeliani uccisi all’alba, «mentre erano ancora in pigiama» sottolinea lei, e quei 251 ostaggi, tra cui 35 sotto i diciotto anni, «che convivranno con quell’orrore per il resto dei loro giorni». Ci racconta che, a distanza di tre anni dal massacro, lei stessa non riesce a trattenere le lacrime quando parla di sua nipote e dei suoi fratelli. «In famiglia cerchiamo di non parlare del 7 ottobre, di far vivere un’esistenza normale a questi ragazzi, che hanno sostegno psicologico mentre tentano di condurre vite normali, anche grazie all’immenso amore della famiglia che li ha adottati e che è straordinaria. Ma appena qualche settimana fa sono stata con loro e pensare a tutto quello che hanno vissuto mi spezza ancora il cuore». Poiché il ricordo di quelle atrocità riemerge, la consapevolezza affiora: «Abigail sa di essere stata ostaggio di Hamas, anche se era ancora così piccola quando è stata rapita. Durante la sua visita alla Casa Bianca ha fatto un disegno e lo ha consegnato al presidente Biden con su scritto «grazie». È consapevole di essere stata affamata durante la sua prigionia e ricorda che, quando il cibo arrivava, doveva mangiare quello che le davano perché aveva i crampi allo stomaco».
Liz vuole che il mondo non dimentichi, che la verità di quel tragico giorno non venga archiviata come un lontano ricordo, «perché se si pensa di chiudere gli occhi di fronte a tutto questo orrore, lasciando che continui ad accadere, la prossima volta potrebbe succedere anche a te». D’altra parte - dice - «io sono americana e il 7 ottobre è come l’11 settembre. I terroristi volevano uccidere quante più persone possibile».
Come si può uscire dal tunnel dell’odio? «Intanto raccontando la verità cruda per com’è. Per questo serve un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre. E poi cercando di pensare proprio ai bambini, in Israele, a Gaza e ovunque nel mondo, dialogando per trovare una strada di pace. Perché non è tutto un disastro. Gli Accordi di Abramo restano, nonostante il 7 ottobre, la pace tra Israele ed Egitto regge e così anche fra Giordania ed Egitto. Non ci sono finali buoni con le guerre».
