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Guerra

Cisgiordania, scontri tra coloni e esercito. Ben-Gvir a Hebron

Il ministro della Sicurezza “occupa” la tomba di Abramo. Il premier: “Solo pochi rivoltosi”

epaselect epa13270838 A burned-out car stands outside a damaged building in the West Bank village of Jalud, south of Nablus, 29 September 2026. According to the Palestinian news agency Wafa, Israeli settlers attacked the village early 29 September, setting fire to two homes belonging to the Palestinian Tubasi family and several vehicles. The family had previously been forced to abandon the property in July following months of harassment and repeated attacks. EPA/ATEF SAFADI

L’escalation di violenze dei coloni israeliani in Palestina, in particolare nei territori della West Bank (o Cisgiordania), assomiglia sempre più ad una spirale senza controllo la cui brutalità cresce con l’avvicinarsi delle elezioni in Israele. Una settimana iniziata brutalmente con l’irruzione di 1.143 coloni sotto protezione militare nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. I palestinesi presenti sono stati spinti a terra e allontanati con la forza per permettere agli israeliani di compiere le loro preghiere in totale disprezzo per il sito sacro ai musulmani.

Intanto l’intera Cisgiordania è a ferro e fuoco. Nel villaggio di Jalud almeno 100 coloni si sono scontrati con le forze di sicurezza israeliane. Queste ultime erano sul posto per sgomberare dei coloni che a luglio avevano occupato tre case palestinesi alla periferia della città. Tre coloni di età compresa tra i 15 e i 18 anni sono stati fermati; abitazioni, automobili e altri beni dei palestinesi sono stati dati alle fiamme e tre agenti della polizia feriti. Ma la famiglia palestinese cacciata non ha potuto far ritorno. I media palestinesi hanno anche riferito di una donna anziana aggredita a Qaryut e di bombe molotov lanciate ad al-Mughayyir contro un’abitazione mentre una famiglia dormiva all’interno.

Ma l’epicentro delle violenze degli ultimi giorni è il complesso religioso di Abramo a Hebron. Il sito, al centro di aspre contese, è sacro per tutte le tre grandi religioni monoteiste: secondo la tradizione, le sue sale sorgono sulla grotta dove sarebbero stati sepolti Abramo, i figli e le loro mogli. Come soluzione di compromesso, il sito è diviso in moschea e sinagoga. A guidare l’irruzione degli ultraortodossi è stato il ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Oltre al sito (chiuso ai palestinesi), i coloni hanno sfilato per la Città Vecchia mentre i militari imponevano il coprifuoco ai residenti. Il ministero palestinese per gli Affari Religiosi ha parlato di «attacco alla sacralità della Moschea di Ibrahimi che viola la libertà di culto e il diritto dei musulmani di praticare i propri riti religiosi».

Giornate troppo dense di violenze perché la politica israeliana restasse in silenzio. Il presidente Isaac Herzog ha descritto i fatti di Jalud come «una macchia morale, un danno allo stato di diritto e ai nostri valori». Più contenuto il commento del premier Benjamin Nethanyahu: «Il piccolo numero di rivoltosi non rappresenta la comunità di coloni rispettosa della legge». Un chiaro tentativo di tenere buoni rapporti con i coloni in vista delle elezioni di fine ottobre che potrebbero segnare il destino di Bibi.