I coloni. Accanto a questo sostantivo non importa ormai aggiungere l’aggettivo «violenti», va da sé per l’immaginario del mondo intero, la propaganda antisraeliana ha scelto soprattutto di esporre i giovani hooligan, armati, aggressivi, quelli che assediano Qusra... dannosi a Israele. La risposta automatica è la stessa di quando dici «genocidio»: orrore, rifiuto di Israele. È un gioco sofisticato che finge che la risposta sia cacciare i coloni dalla Giudea e dalla Samaria per farci uno Stato palestinese, al di là del rischio evidente di un nuovo 7 ottobre. Otto arresti della polizia israeliana, l’esercito di guardia, la condanna ai violenti di Netanyahu e di quasi tutta Israele non intaccano nel mondo l’accusa di colonialismo.
I coloni sono circa 770mila persone variegate socialmente e per educazione, abitanti dal ’67 delle zone che dopo la guerra in cui Israele fu assalita dalla Giordania, furono popolate su iniziativa di Rabin e Peres e poi condivise con gli accordi di Oslo negli anni ’90. Quell’area mai fu riconosciuta di proprietà della Giordania, pure dal 1967 si pretende quello che mai si è preteso da nessun Paese che ha vinto una guerra: che venga consegnata ai nemici. I settler hanno fra loro alcuni giovani violenti e razzisti, alcuni terroristi: devono essere fermati. Ma il blood libel della criminalità di massa è dovuto molto all’Ocha (Un Office for the coordination of Humanitaria Affairs) sulla base di testimonianze antisraeliane. Nella realtà, nel 2024 ci sono stati 6.300 attacchi terroristi contro ebrei nei territori, con 27 omicidi e 300 feriti. Nel 2025, 5.051, con 24 omicidi e 400 feriti. Spesso i morti sono causati da scontri che seguono agguati palestinesi: fra questi, il quindicenne Muhammad Naasan purtroppo è un caso del genere e oggi sui media è glorificato fra gli shahid. La sicurezza di Israele non si raggiungerà mai criminalizzando i settler, questo non influenzerà la determinazione palestinese a distruggere lo Stato d’Israele, e di Israele a impedirlo con confini sicuri. L’Europa sembra non volere capire ciò che è evidente.
