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Guerra

Colpire i Pasdaran, “centro di gravità”

Attaccare i leader delle Guardie Rivoluzionarie darebbe immediato sollievo alla popolazione. Una mossa che alla lunga può portare anche alla distruzione del regime. Senza tralasciare il ruolo di Israele

Niente truppe in Iran. Così Donald ha perso (senza combattere) la guerra post-eroica

Come metter fine alla guerra in Iran: prima di tutto è importante ricordare come sia iniziata questa ultima ondata di conflitto: con il maldestro «Memorandum d’intesa» negoziato frettolosamente nell’insidioso Pakistan dal vicepresidente Vance i cui molti talenti non includono alcuna competenza sull’ideologia millenaristica degli attuali governanti dell’Iran e dai due uomini d’affari preferiti di Trump: suo genero Jared Kushner e il suo avvocato immobiliare, Steve Witkoff, che abitualmente chiude gli accordi molto rapidamente non essendo troppo ossessionato dai dettagli.

Non sorprende che il memorandum fosse formulato in modo così vago da poter essere letto sia come la consegna del Golfo Persico all’Iran, sia esattamente il contrario. Era inevitabile che le guardie rivoluzionarie sopravvissute, oggi al governo dell’Iran, puntassero al massimo, quindi non potevano certo lasciare che gli amici arabi e sunniti dell’America esportassero indisturbati il loro petrolio, il gas naturale liquefatto e i fertilizzanti.

Così hanno avanzato una pretesa senza precedenti e palesemente illegale sull’intero Golfo, sostenuta da una richiesta di pedggio. Quando hanno iniziato ad attaccare le navi in transito per far valere questa pretesa, l’amministrazione Trump ha reagito imponendo un embargo totale sulle esportazioni di petrolio iraniano, sia dal principale terminal iraniano nel Golfo Persico, sull’isola di Kharg, sia da un terminal molto più piccolo a Jask, sulla costa dell’Oceano Indiano al di là del Golfo.

Poiché le riserve di valuta estera utilizzabili dall’Iran erano molto scarse, l’embargo sulle esportazioni petrolifere imposto da Trump ha avuto un impatto immediato sulla capacità dell’Iran di importare carburante per razzi, motori per droni e altri beni di urgente necessità dalla Cina, e di finanziare i trasferimenti di denaro verso i suoi alleati sciiti in Iraq, verso Hezbollah in Libano e verso la milizia Houthi dello Yemen, che controlla i porti sul Mar Rosso del Paese.

Ciò non ha impedito a questi ultimi di servire fedelmente ancora una volta gli interessi dell’Iran minacciando di attaccare qualsiasi nave che tentasse di attraversare lo stretto di Bab el Mandab navigando nel Mar Rosso da e verso l’Arabia Saudita.

Così facendo, gli Houthi hanno minacciato fino a cinque milioni di barili al giorno di esportazioni petrolifere saudite quasi la metà della capacità totale saudita deviate con successo tramite oleodotto dal minacciato Golfo Persico al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Se gli Houthi dovessero effettivamente bloccare le esportazioni saudite attraverso il Mar Rosso, il prezzo mondiale del petrolio salirebbe.

Nello stesso Iran, la mancanza di nuovi dollari in entrata dalle vendite di petrolio ha reso questi ultimi più costosi: oggi, 22 luglio, servono 1.914.000 rial per acquistare un dollaro USA a Teheran un anno fa ne servivano 590.000 ed è questa la miglior misura dell’inflazione fuori controllo dell’Iran.

Per gli stipendiati di Teheran e Mashhad, la seconda città più grande, con una solida reputazione di fanatismo, tra cui il personale militare dell’Artesh le forze armate regolari e delle Guardie Rivoluzionarie, i dipendenti dei ministeri governativi, dei Bonyad le fondazioni islamiche che controllano gran parte dell’economia e le forze paramilitari di sicurezza Basij, nominalmente volontarie ma retribuite, la pressione inflazionistica è così acuta che negli ultimi giorni di ogni mese le loro famiglie dipendono dal pane fortemente sussidiato per tutti i loro pasti.

Ma politicamente, come ormai sappiamo, l’immiserimento continuo dell’Iran non conta affatto. Dietro la finzione vuota di uno spettrale Mojtaba Khamenei, ugualmente irrilevante che sia vivo, morto o in coma, sono le Guardie Rivoluzionarie e gli ausiliari Basij ad avere ormai il controllo esclusivo, e sono le invocazioni dei loro «elogiatori» pagati (Maddahan) che non sono chierici addestrati, ma piuttosto oratori ispiratori a delineare il loro piano di vittoria.

Poiché il presidente Trump, da parte sua, non rischierà nemmeno un numero molto ridotto di truppe americane per garantire i transiti nel Golfo Persico, potrebbe sembrare che l’Iran debba vincere.

Ma in ogni guerra ciascuna delle parti ha il proprio «centro di gravità» quell’unica cosa che non può essere sacrificata e anche il regime iraniano ne ha uno, che è la leadership stessa delle Guardie Rivoluzionarie. Da quando è iniziato l’attuale conflitto, missili e droni iraniani hanno attaccato Bahrein, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti, ma, stranamente, non Israele. Le Guardie Rivoluzionarie avrebbero potuto facilmente costringere Israele a entrare in guerra lanciando missili verso di esso, ma non l’hanno fatto né hanno ordinato ai loro ausiliari Houthi di lanciare missili contro Israele.

Il motivo non è un mistero: la capacità di bombardamento degli Stati Uniti è molte volte superiore, ma solo Israele ha dimostrato una capacità comprovata di individuare e uccidere i leader iraniani nonostante le loro precauzioni di sicurezza sempre più elaborate (o forse proprio a causa di esse).

Quando una leadership è disposta a imporre sacrifici illimitati alla propria popolazione, è inutile infliggere ulteriori sofferenze a quella stessa popolazione sono i leader gli unici bersagli validi. L’argomentazione recentemente avanzata secondo cui i negoziati statunitensi sarebbero stati ostacolati dall’uccisione dei leader iraniani più esperti è fallace esperti o meno, essi avevano pubblicamente e a gran voce respinto qualsiasi soluzione reale come erano costretti a fare, per timore delle Guardie Rivoluzionarie.

L’ultimissima dichiarazione del presidente Trump è che ordinerà la distruzione di un ponte importante e l’Iran, altamente montuoso, dipende dai suoi ponti per ogni nave colpita nel Golfo Persico. Questo potrebbe funzionare, ma attaccare i leader che li opprimono darebbe immediato sollievo alla popolazione crudelmente oppressa, e potrebbe prima o poi portare al potere nuovi leader meno desiderosi di godere dei lussi del martirio islamico.

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