Il Cremlino attinge a piene mani dal manuale della guerra iraniano e trasforma il Mar Nero, nelle parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in “un altro fronte dell’escalation della guerra russa in Ucraina”. Come Teheran ha mandato in tilt il traffico commerciale colpendo i mercantili nello Stretto di Hormuz per rendere insostenbiile per Washington il costo dello scontro - caos che più di recente è stato esteso in parte dai proxy del regime teocrartico all’altro lato della penisola arabica nello Stretto di Bab el-Mandeb - anche Mosca adesso cerca di alzare la posta del conflitto con Kiev colpendo le navi nel Mar Nero, a poca distanza dalle coste di Romania e Bulgaria.
La strategia di Mosca è, se possibile, più subdola di quella adottata dalla Repubblica Islamica in quanto, non rivendicando la paternità dei raid contro le imbarcazioni, punta infatti a creare incertezza sull’origine stessa degli attacchi nelle acque dei due Paesi dell’Unione europea. Un aspetto riconosciuto dal premier bulgaro Rumen Radev, il quale ha chiesto alla Nato e ai partner europei aiuto per acclarare la matrice dei blitz affermando che “non c’è logica nell’Ucraina che colpisce le proprie navi e propri equipaggi, visto che l’esito di tutti questi attacchi favorisce la Russia”. “Il problema”, ha proseguito Radev, “è che non possiamo provarlo”.
Royad Mammadov, 5 ottobre. Alfa Watan, 6 ottobre. Able, 6 ottobre. HS Dignity, 13 ottobre. Chelsea 3, 13 ottobre, Yara J, 14 ottobre. Wine Trader, 15 ottobre. Questi i nomi dei mercantili colpiti da droni, navali e aerei, con un bilancio pesante di morti e dispersi. Tra i raid più gravi quello contro l’Alfa Watan nelle acque bulgare costato la vita a dieci uomini, di cui nove erano siriani. La Royad Mammadov, che trasportava mais ucraino ed era diretta verso il porto di Ravenna, è stata centrata da droni al largo delle coste rumene: 11 membri dell’equipaggio sono stati recuperati ma il comandante della nave e un altro uomo non ce l’hanno fatta.
Per gli analisti gli attacchi in prossimità di due Paesi della Nato farebbero parte di un piano di Mosca per mettere alla prova la risolutezza dell’Alleanza atlantica, destabilizzare i suoi membri orientali e fare pressione sui governi occidentali affinché riconsiderino il loro sostegno a Kiev. Esperti consultati dal Daily Telegraph hanno affermato che le incursioni con i droni nelle zone economiche esclusive di Bulgaria e Romania rappresentano una “nuova e pericolosa direzione per le azioni russe” ispirate dalle tattiche di Teheran nello Stretto di Hormuz e “parte del manuale di minacce ibride del Cremlino”.
Proprio il fatto che gli attacchi si siano verificati nelle zone economiche esclusive di Romania e Bulgaria, e non nelle loro acque territoriali, solleva dubbi sull’interpretazione, e sull’eventuale applicazione, dell’articolo 5 della Nato, secondo cui un attacco ad un Paese membro è un attacco contro tutti. A tal proposito Rod Thornton, esperto del King’s College di Londra, ha spiegato al Telegraph che i raid in questione “non comportano rischi per la Russia” perché i mercantili “battono bandiera di comodo e hanno equipaggi composti principalmente da persone provenienti dai Paesi in via di sviluppo” e non occidentali. “Non si può stabilire con esattezza da dove siano partiti gli attacchi”, ha proseguito Thornton aggiungendo che “quindi ci sarà sempre questa zona grigia, questa possibilità di negare plausibilmente la responsabilità di questi attacchi”.
A spingere Vladimir Putin ad alzare la posta dello scontro con l’Ucraina e l’Occidente potrebbero essere le difficoltà incontrate dall’esercito russo sul campo di battaglia e i numerosi attacchi di Kiev contro le raffinerie e i centri dati della Federazione. Il tutto, mentre l’amministrazione Trump sembra aver deciso di scaricare il premier ucraino Zelensky stringendo un accordo sul diesel russo con lo zar del Cremlino. Intanto, sullo sfondo (ma neanche troppo) dell’ennesima escalation nel conflitto nell’Europa orientale, aumentano le preoccupazioni per la sicurezza alimentare globale derivanti dai raid contro i mercantili che trasportano grano e l’impennata dei premi assicurativi per il trasporto marittimo.
