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Guerra

Droni, missili e sabotaggi per testare la Nato: lo scenario russo che allarma il fianco est

Polonia e Paesi baltici temono provocazioni nella “zona grigia”, difficili da attribuire e abbastanza ambigue da mettere alla prova la risposta collettiva

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Alla vigilia del quinto inverno di guerra in Ucraina, sul fianco est della Nato crescono i timori di un corollario a bassa intensità tra Mosca e la Nato. Non serve necessariamente un’invasione, infatti, per testare la capacità di risposta dell’Alleanza. Droni, missili, sabotaggi che lambiscono il territorio europeo potrebbero ingenerare un impatto grave ma comunque sufficientemente ambiguo per rendere difficile una risposta collettiva. Del resto, tutto questo sta già accadendo, con il Cremlino pronto a sfruttare le incertezze politiche e operative dell’Occidente.

È Donald Tusk a delineare uno degli scenari più concreti. Intervenendo giorni fa al Parlamento polacco, il primo ministro ha avvertito che la Russia potrebbe pianificare attacchi ibridi con droni o razzi contro i Paesi europei che sostengono l’Ucraina, Polonia compresa. Attacchi forgiati a guisa di, quanto basta a indebolire la determinazione degli alleati a intervenire in difesa del Paese aggredito, pur in presenza di danni materiali.

L’obiettivo attribuito da Tusk a un’eventuale operazione russa sarebbe proprio quello di indebolire la coesione della Nato, mostrando che il sentiment della garanzia di difesa collettiva sia ormai vestigia della Guerra Fredda. A rendere più complesso lo scenario contribuisce anche l’evoluzione tecnologica della guerra. Tusk ha richiamato l’attenzione sull’impiego crescente di droni a propulsione a reazione, capaci di volare più velocemente e a quote superiori rispetto ad altri sistemi senza pilota, riducendo i tempi a disposizione per individuarli e intercettarli.

La prospettiva lettone aggiunge un elemento importante all’allarme polacco. Il presidente Edgars Rinkēvičs sembra escludere, nelle sue valutazioni, una tradizionale incursione militare russa, invitando però a mantenere alta l’attenzione su tutte le altre possibilità. Secondo Rinkēvičs, Mosca potrebbe intensificare la mobilitazione nei prossimi mesi e sfruttare l’inverno per aumentare la pressione militare su Kiev, cercando contemporaneamente di dissuadere gli Stati che continuano a sostenerla.

C’è infine un’altra vulnerabilità ancora più prossima: la capacità dell’Europa di fronteggiare una guerra aerea che cambia più rapidamente dei suoi sistemi di difesa. Rinkēvičs ha avvertito che l’evoluzione tecnologica del conflitto ucraino procede a una velocità tale da rendere potenzialmente obsolete, già entro la metà del 2027, alcune delle soluzioni attualmente sviluppate per la difesa dei cieli. A pesare sono anche le scorte statunitensi di intercettori, erose dalle operazioni militari in Iran, e le difficoltà di ricostituirle rapidamente.

È la logica della cosiddetta zona grigia: operazioni ostili differenti dall’attacco convenzionale, ma possono produrre conseguenze strategiche significative. In una recente analisi del Guardian sono state raccolte le valutazioni dei responsabili di tre servizi d’intelligence europei. Michal Koudelka, direttore del servizio di sicurezza ceco BIS, ha indicato tra gli scenari possibili anche una limitata incursione nel territorio Nato, accompagnata da provocazioni false flag e campagne di influenza. A suo giudizio, un simile scenario potrebbe svilupparsi a breve, nell’arco di pochi mesi, anziché anni, proprio perché si tratta di provocazioni che non richiedono lunghe preparazioni tecniche e logistiche.

Più prudente la valutazione di Normunds Mežviets, direttore del servizio di sicurezza lettone VDD. Pur riconoscendo segnali di preparazione russa per azioni più incisive, Mežviets ha sottolineato che non è chiaro se Mosca abbia piani concreti oppure intenda soprattutto sparigliare le carte fra gli Alleati.

Anche l’Europa, con i suoi traballanti strumenti, cerca di correre ai ripari. L’idea è costruire una procedura che consenta agli Stati membri di riunirsi rapidamente, coordinare le risposte e limitare gli effetti delle operazioni ostili, sul modello delle consultazioni previste dall’Articolo 4 della Nato. Non si tratterebbe di sostituire l’Articolo 5, ma di affrontare proprio quelle situazioni nelle quali la risposta collettiva rischia di rimanere incerta.

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