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La guerra di Putin passa dal Giappone: la caccia ai microchip per missili e droni

Un’inchiesta del New York Times ricostruisce le attività attribuite a un’unità dell’intelligence militare di Mosca incaricata di procurare tecnologie straniere. Al centro del caso ci sono componenti giapponesi ritrovati nelle armi russe impiegate contro l’Ucraina

La guerra di Putin passa dal Giappone: la caccia ai microchip per missili e droni

La guerra in Ucraina passa anche attraverso circuiti commerciali, intermediari e componenti elettronici nati per applicazioni civili. Secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal New York Times, Mosca avrebbe rafforzato in Giappone una rete incaricata di reperire tecnologie utilizzabili dall’industria militare russa, sfruttando coperture diplomatiche e commerciali e facendo transitare le merci attraverso Paesi terzi.

La ricostruzione del quotidiano americano si basa sulle dichiarazioni di funzionari appartenenti a cinque servizi d’intelligence occidentali. Le informazioni, dunque, rappresentano valutazioni attribuite a queste agenzie e non risultano accompagnate, almeno pubblicamente, da incriminazioni o provvedimenti giudiziari giapponesi contro tutte le persone indicate nell’inchiesta.

Il contesto è però documentato: l’Ucraina continua a trovare componenti prodotti da aziende straniere nei missili e nei droni russi, mentre il Giappone ha progressivamente irrigidito i controlli sulle esportazioni verso Mosca e sulle società sospettate di contribuire all’elusione delle sanzioni. Il caso riapre il dibattito sulle falle del sistema di controllo giapponese, sebbene Tokyo non abbia ancora commentato ufficialmente l'inchiesta.

Una struttura del Gru accusata di cercare tecnologia all’estero

Secondo il New York Times, le operazioni sarebbero riconducibili alla cosiddetta 20ª Direzione dell’intelligence militare russa, indicata dalle fonti occidentali come una struttura impegnata nell’acquisizione di tecnologia straniera utile alle forze armate e all’industria della difesa. I suoi uomini opererebbero all’estero sotto copertura diplomatica o commerciale. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’espulsione di numerosi funzionari russi sospettati di attività d’intelligence dai Paesi europei, Mosca avrebbe trasferito o ampliato parte delle proprie operazioni in altre aree, compreso il Giappone.

Tra le persone indicate dall’inchiesta compare Maksim Filchenkov, presentato come un ufficiale dell’intelligence militare russa operante a Tokyo sotto la copertura di un incarico presso Aeroflot. L'articolo punta il dito contro l'ufficio giapponese della compagnia di Stato russa, descritto come base operativa. Il suo ruolo sarebbe ritenuto "cruciale nell'alimentare la macchina da guerra russa".

La rete descritta nell’inchiesta avrebbe cercato componenti elettronici e prodotti a duplice uso. Gli acquisti sarebbero stati mascherati attraverso società e intermediari, mentre le spedizioni avrebbero seguito rotte indirette per nascondere il destinatario finale.

I componenti giapponesi trovati nelle armi russe

Il governo ucraino sostiene che componenti fabbricati da imprese giapponesi siano stati individuati in una quota molto elevata dei missili e dei droni russi esaminati. Alla fine di giugno, l’inviato presidenziale ucraino per la politica delle sanzioni, Vladyslav Vlasiuk, ha dichiarato all’agenzia Kyodo che parti di origine giapponese erano state riscontrate in circa il 90% delle categorie di missili e velivoli senza pilota analizzati da Kiev.

La presenza di un componente con il marchio di un produttore giapponese non prova, da sola, che l’azienda lo abbia venduto direttamente alla Russia o fosse consapevole del suo impiego militare. Molti microprocessori, sensori, connettori e circuiti sono prodotti in grandi quantità, distribuiti sui mercati internazionali e rivenduti più volte. Possono quindi raggiungere la Russia attraverso intermediari, società di facciata, mercati secondari o Paesi che non applicano gli stessi controlli sulle esportazioni.

È proprio questa opacità a rendere difficile l’applicazione delle sanzioni. I prodotti a duplice uso possono avere caratteristiche apparentemente comuni ed essere acquistati in piccoli quantitativi, rendendo complesso distinguere una transazione commerciale legittima da un’operazione destinata all’industria bellica.

Il governo di Tokyo dispone di un sistema di controllo delle esportazioni destinato a proteggere la sicurezza nazionale e internazionale. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il Giappone ha inoltre vietato o limitato l’esportazione verso la Russia di semiconduttori avanzati, macchinari, apparecchiature elettroniche e altri beni che possono rafforzarne la base industriale.

Il problema delle sanzioni e delle rotte attraverso Paesi terzi

Il caso raccontato dal New York Times mette in luce una delle principali debolezze del regime sanzionatorio contro Mosca. Le restrizioni hanno ostacolato l’accesso diretto della Russia alle tecnologie più avanzate, ma non hanno eliminato la possibilità di acquistare componenti attraverso reti internazionali più lunghe e frammentate.

L'inchiesta ricorda anche un episodio emblematico: dopo un attacco russo contro Kiev, gli investigatori ucraini avrebbero individuato componenti elettronici giapponesi all'interno del sistema di guida di un missile da crociera Kh-101, nonostante tali esportazioni siano formalmente vietate dalle restrizioni introdotte da Tokyo dopo il 2022.

Il Giappone ha già adottato misure contro entità russe e contro organizzazioni situate in altri Paesi accusate di favorire

l’aggiramento delle sanzioni. Nel gennaio 2025 Tokyo aveva esteso le restrizioni a centinaia di prodotti e a società localizzate, tra gli altri, in Cina, Hong Kong, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Kazakistan e Kirghizistan.

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