L’ultimo segnale della commedia strategica porta la firma di Donald Trump. Dopo aver lasciato intendere che Kiev avrebbe potuto produrre in proprio i missili intercettori Patriot, il tycoon ha tirato la corda e corretto la traiettoria. «È una tecnologia straordinaria, ma bisogna fare attenzione a chi concediamo la licenza». Una frase che vale più per l’ombra che proietta che per il suo significato letterale. Un modo pulito per ricordare a Kiev che la chiave della stanza dei bottoni continua a stare al sicuro in un cassetto della Casa Bianca.
L’allarme ha spinto Zelensky a cercare garanzie direttamente da Washington, con una telefonata al vicepresidente Vance. «I Patriot restano una priorità assoluta. I nostri team lavoreranno sul dossier e manterremo aperto il confronto», ha fatto sapere. Una formula diplomatica che però non scioglie i nodi: la partita resta nelle mani di Trump. Da Camp David il presidente avverte che «Putin e Zelensky dovranno fare concessioni per arrivare a un accordo», ma sui Patriot frena: «Serve cautela. Oggi non c’è ancora un’intesa».
Per il leader di Kiev il nodo non è soltanto difendere il cielo ucraino, ma spostare il punto di pressione della guerra.
Da mesi cerca di portare il conflitto più in profondità nel territorio russo, colpendo la macchina militare prima che entri in azione. È dentro questa strategia che si inserisce la richiesta a Trump di convincere Elon Musk ad ampliare l’uso di Starlink per operazioni oltre confine. Il magnate tech resta prudente, Washington ancora di più: autorizzare sistemi americani per colpire obiettivi in territorio russo significherebbe superare una soglia politica che la Casa Bianca considera rischiosa.
Gli attacchi russi delle ultime 24 ore hanno lasciato sul terreno un bilancio pesante: 11 morti e 52 feriti. Nella notte Mosca ha impiegato 255 droni Shahed: la difesa aerea ucraina ne ha intercettati 195, ma altri ordigni sono riusciti a colpire diversi obiettivi. In serata nuove esplosioni hanno investito Kiev. I russi hanno rivendicato anche un attacco contro una raffineria a Odessa e contro una nave di trasporto di materiale militare. A Khmelnytskyi una serie di esplosioni ha investito un campo di addestramento militare, causando 5 dispersi e 4 feriti. Un missile russo ha inoltre distrutto lo stabilimento della Terminal Autonomy, società americana registrata nel Delaware: la prima azienda statunitense colpita direttamente in Ucraina dall’inizio dell’invasione. L’impianto
produceva fino a mille droni al mese. Un raid dal valore simbolico: per il Cremlino gli investimenti stranieri possono diventare bersagli. E il vice ministro della Difesa Grushko dice: «L’Europa vuole entrare in guerra con noi».
Kiev ha danneggiato tre centri logistici a Sarapul, Kazan e Volgograd, oltre a un terminal marittimo nel Krasnodar e a una raffineria nella regione di Volgograd, tant’è che Mosca si è trovata costretta a importare benzina dal Marocco. Kiev punta ad aumentare la gittata delle munizioni, portando la capacità di colpire in profondità fino a 150 km. Nella capitale l’ex ministro della Difesa Fedorov annuncia il ritorno al settore privato, e la gente protesta in piazza, mentre viene sventato un attentato contro il comandante della Guardia Nazionale Obolensky.
