La chiusura dello stretto di Hormuz ha senza dubbio frenato la produzione e distribuzione del petrolio nel mondo, con il Brent tornato a superare i 100 dollari al barile. Eppure, il mercato ha reagito molto meglio del previsto, questo perché i Paesi del Golfo sono riusciti a trovare rapidamente strade alternative, mentre le scorte hanno fatto da cuscinetto. Per esempio l’Arabia Saudita, il primo esportatore mondiale di greggio, è riuscita a limitare gli effetti della chiusura grazie all’East-West, l’oleodotto che attraversa tutto il deserto della Penisola Arabica. Ma cosa succede se questo oleodotto viene bloccato? Oggi il mercato dovrà dare una risposta.
Venerdì gli attacchi con i droni hanno costretto l’Arabia Saudita a chiudere questo enorme oleodotto, bloccando, di fatto, lo sbocco sul Mar Rosso. Il danno è enorme: ogni giorno 4/5 milioni di barili di petrolio partivano dall’Arabia e arrivavano al porto di Yanbu sul Mar Rosso, parliamo di circa il 4% dell’offerta globale di greggio. Secondo un’analisi di Reuters i danni all’East-West sono tali che potrebbero essere necessarie fino a cinque o sei settimane per farlo ripartire, anche se il sistema di pompaggio potrebbe riprendere parzialmente mentre le riparazioni sono in corso.
Gli effetti sul mercato però, ancora una volta, potrebbero non essere immediati: il porto di Yanbu dispone ora di scorte sufficienti a garantire le esportazioni per circa una settimana e l’Arabia Saudita dispone anche di scorte per rifornire i clienti per diversi giorni dai porti egiziani di Ain Sukhna sul Mar Rosso e Sidi Kerir sul Mediterraneo. Ma un ulteriore calo dei flussi sauditi - già scesi ai minimi dal 1990 nel mese di agosto - non potrà che aggravare ulteriormente la crisi dell’offerta globale di petrolio. Guardando ai numeri, una previsione che fotografa bene il nervosismo del mercato arriva da Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, che ha sottolineato come, razionalmente, nella giornata di oggi il Brent arriverà almeno a 110 dollari al barile, ma potrebbe essere solo l’inizio. «La crisi energetica non è ancora arrivata veramente, bisognerà aspettare questo inverno, tra un mese e mezzo vedremo i primi effetti veri della guerra». Negli ultimi mesi, per sopperire alla minore produzione di petrolio i Paesi membri dell’agenzia internazionale dell’energia hanno potuto sfruttare gli oltre 1,2 miliardi di barili di scorta, ma ora che le riserve si sono quasi dimezzate e che l’inverno è alle porte, la situazione si complicherà. Nel frattempo «già nei prossimi giorni, dobbiamo prepararci a un aumento di almeno 10 centesimi alla pompa di benzina», ha continuato Tabarelli.
Il problema, insomma, non è più soltanto Hormuz. È che una dopo l’altra stanno saltando anche le vie alternative costruite dai Paesi del Golfo per aggirarlo. E quando anche l’ultima valvola di sicurezza comincia a cedere, il petrolio non ha più molti posti dove passare.
