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Guerra

La Russia ancora contro l'Europa: anche Meloni nel mirino

Lavrov attacca Roma ed Helsinki: “Cessate il fuoco? Vogliono solo prendere tempo”

Sotto attacco Alexander Stubb e Giorgia Meloni attaccati da Lavrov

Ormai è noto: sulla guerra in Ucraina, Mosca non si fida degli europei. Anzi, più volte ha accusato gli alleati di Kiev di essere de facto in guerra con la Russia attraverso il sostegno militare a quello che il Cremlino definisce con disprezzo «regime ucraino».

Ad accentuare le distanze ora è lo stesso ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov in un’intervista al programma «Il grande gioco» sul primo canale della televisione di stato russa. Stavolta non critica in maniera generica l’Europa, ma chiama direttamente in causa due paesi specifici: Finlandia e Italia. Il capo della diplomazia russa esordisce riconoscendo che nei due paesi «periodicamente osserviamo segnali di realismo». Ma dopo un inizio apparentemente conciliante, arriva l’attacco: «alcuni, tra cui il presidente finlandese (Alexander Stubb) e la premier italiana (Giorgia Meloni), stanno iniziando a parlare della necessità di un cessate il fuoco immediato. Ma anche dietro questo si nasconde il desiderio di guadagnare tempo». Secondo Lavrov, «la maggior parte di coloro che lanciano appelli o invocano una tregua, una volta fermati i combattimenti non riconosceranno nulla di ciò che la Russia controlla attualmente».

Questo passaggio è cruciale dal momento che Mosca non intende sedersi ad alcun tavolo di trattativa senza il riconoscimento delle conquiste russe nel Donbass. Ma nessun paese europeo è disposto a cedere su questo punto che, svuotato di ogni retorica diplomatica, significherebbe legittimare un’annessione. E non lo sono nemmeno la Finlandia, che ben ricorda dalla sua resistenza nella Seconda Guerra Mondiale il pericolo di un’espansione russa, e l’Italia, il cui sostegno a Kiev è stato più volte ribadito dalla premier Giorgia Meloni.

Ma Lavrov attacca anche sulle possibili garanzie di sicurezza all’Ucraina: «Abbiamo affermato che qualsiasi persona in divisa militare e qualsiasi struttura militare costituiscono per noi un obiettivo legittimo, e che non può assolutamente esserci alcuna ipotesi che, di fatto, riproduca l’adesione alla Nato senza formalizzarla giuridicamente». Il capo della diplomazia russa cerca però di screditare chi, con diverse sfumature (dal ritorno pieno ai confini del 1991, quindi restituendo anche la Crimea, ad un riconoscimento della situazione nel Donbass prima dell’invasione) fa appelli per una cessazione delle ostilità.

Per Lavrov, la verità dietro a questi messaggi è che «sia gli uni che gli altri parlano di mantenere il regime che attualmente governa a Kiev». «E ciò significa (mantenere, ndr) le caratteristiche di questo regime che ho già illustrato: nazismo, russofobia aggressiva, violazione dei diritti umani, dei diritti linguistici e della libertà di religione. Tutto ciò, tutti questi valori europei, saranno consolidati una volta giunta a termine, in un modo o nell’altro, la fase militare», ha aggiunto. Insomma, per Mosca «l’operazione militare speciale» continua ad essere paragonata ad una battaglia contro i nazisti. Una propaganda ormai debole, almeno quanto i «progressi» al fronte tanto celebrati da Putin.

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