Di fronte ai tentennamenti di Donald Trump nel garantire le forniture dei vettori Patriot, Kiev intende accelerare il piano per produrre missili anti-balistici in proprio, nell’ambito del progetto paneuropeo Freya. Una necessità resa ancora più urgente dai dati diffusi dal ministero della Difesa ucraino: a luglio l’Ucraina è riuscita a intercettare soltanto 29 dei 195 missili balistici lanciati dalla Russia.
“La difesa aerea ucraina ha operato a luglio in condizioni di una carenza critica di missili intercettori per contrastare il terrore balistico”, ha spiegato il ministero, citato dal Kyiv Independent. Nel conteggio figurano gli Iskander-M e i 48N6DM russi, i nordcoreani KN-23 e anche gli Zircon, presentati da Mosca come missili da crociera ipersonici ma che, secondo alcune analisi, sarebbero in grado di seguire una traiettoria quasi balistica. Sul fronte dei missili da crociera, invece, la Russia ne ha lanciati 265, tra Kalibr, Iskander-K e Kh-101: 187 sono stati intercettati.
È in questo quadro che Volodymyr Zelensky punta ad accelerare sulla capacità industriale nazionale. “L’Ucraina è in grado di produrre il proprio missile e il relativo lanciatore, mentre i nostri partner forniranno i componenti e gli elementi critici necessari: radar, sensori e tutto il resto”, ha annunciato il presidente ucraino. “Altri hanno impiegato decenni per sviluppare i propri sistemi. L’Ucraina deve farlo il più rapidamente possibile, con risultati concreti già entro la fine del 2026-2027″.
Kiev accelera su Freya dopo la frenata americana sui Patriot
Il progetto Freya, avviato dall’azienda della difesa ucraina Fire Point, punta a una cooperazione industriale europea per produrre missili intercettori alternativi ai PAC-3 utilizzati dai sistemi Patriot americani. Proprio quei missili che Trump, durante un incontro la settimana scorsa alla Casa Bianca, avrebbe comunicato a Zelensky di non poter consegnare.
Il rifiuto, inizialmente reso noto da fonti citate dal Financial Times, sembra trovare conferma nelle ultime dichiarazioni del presidente americano. “Servono missili anche a noi”, ha sottolineato Trump, tornando ad attaccare la politica del suo predecessore: “Biden ne ha forniti moltissimi. Ha dato all’Ucraina armi per un valore di circa 300 miliardi di dollari”.
Nei giorni scorsi la Cnn aveva riferito che, nella guerra con l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero impiegato finora circa la metà delle loro scorte di missili Patriot. Trump ha negato che Washington si trovi davanti a una penuria di armamenti, assicurando che gli Usa dispongono di “quantità letteralmente enormi di munizioni”. Ma sul dossier dei Patriot destinati a Kiev la linea resta prudente.
La frenata statunitense spinge contemporaneamente l’Europa a rafforzare il proprio intervento. “Non c’è pausa estiva su questo tema”, ha spiegato nei giorni scorsi un portavoce della Commissione europea parlando del sostegno a Kiev. E l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha sintetizzato la linea di Bruxelles: “Ogni nuovo attacco contro l’Ucraina è un motivo in più per l’Europa per stringere la morsa sulla Russia”.
Zelensky è intanto arrivato in Serbia, Paese che mantiene tradizionali legami di amicizia con Mosca, per una visita durante la quale incontrerà il presidente Aleksandar Vucic. “L’Ucraina è sempre pronta a lavorare in modo costruttivo, a beneficio reciproco e sulla base del rispetto reciproco”, ha scritto su X il leader ucraino.
Nuove sanzioni contro Mosca, asse tra Ue e Stati Uniti
La pressione occidentale si muove anche sul terreno economico. L’Unione europea ha aggiunto alla propria lista di sanzioni cinque persone attive nel complesso militare-industriale russo, tutte soggette al congelamento dei beni e al divieto di ingresso nell’Ue.
Secondo il Consiglio europeo, i cinque “ricoprono posizioni di rilievo in aziende russe attive nei settori della difesa e della tecnologia militare, anche attraverso la produzione di attrezzature militari utilizzate in Ucraina”. Tra loro figura Ramil Nailevich Badgutdinov, direttore generale della JSC Serpukhov Plant Metallist, coinvolta nella produzione di componenti di precisione utilizzati anche nel missile balistico Iskander-M, e Aleksandr Yurevich Dyukarev, direttore generale di un’azienda produttrice di missili balistici, tra cui l’RS-28 Sarmat.
Bruxelles guarda già al ventiduesimo pacchetto di sanzioni, che secondo indiscrezioni di stampa potrebbe arrivare a colpire circa 1.600 imprese russe.
Oltreoceano, dopo un iter travagliato durato mesi, il Senato degli Stati Uniti ha intanto approvato a larghissima maggioranza un nuovo provvedimento contro Russia e Iran. La spinta decisiva è arrivata dopo la morte del senatore repubblicano Lindsey Graham, principale promotore del testo, poi ribattezzato Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act.
Il disegno di legge mira, tra l’altro, a colpire i maggiori acquirenti di petrolio e gas russi e introduce ulteriori misure contro leader, familiari e oligarchi. Nato inizialmente come un provvedimento concentrato esclusivamente sulla Russia, è stato poi esteso, su richiesta dell’ultimo minuto di Trump, anche ai settori degli armamenti e dell’energia iraniani.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha salutato il voto americano come un ulteriore passo nel coordinamento transatlantico. “Seguendo il 21esimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea accolgo con favore l’approvazione da parte del Senato degli Stati Uniti del disegno di legge Graham”, ha scritto su X, definendo il senatore scomparso “un convinto sostenitore dell’efficacia di sanzioni coordinate per indebolire la macchina bellica russa”.
“Dagli oligarchi russi alle esportazioni energetiche, fino alla cosiddetta flotta ombra, ogni fonte di entrate che alimenta l’aggressione del Cremlino deve essere presa di mira, su tutti i fronti”, ha aggiunto von der Leyen. “Insieme, priviamo la Russia delle risorse necessarie per proseguire una guerra che non può vincere. Con sanzioni incisive e complementari, Europa e Stati Uniti possono dimostrare ancora una volta ciò che partner storici sono in grado di realizzare quando agiscono uniti”.
Allarme Nato, droni in Germania e la corsa europea allo spazio
In concomitanza con gli allarmi sulle possibili carenze di armamenti americani, il Wall Street Journal ha citato rapporti dell’intelligence Usa secondo i quali Vladimir Putin potrebbe tentare nei prossimi anni di testare la determinazione della Nato attraverso un attacco limitato contro un Paese alleato.
Gli scenari ipotizzati vanno da un attacco informatico a un’incursione terrestre su piccola scala. Le stesse fonti non escludono che il leader del Cremlino possa considerare un simile azzardo proprio perché in difficoltà sul terreno in Ucraina e sottoposto a pressioni interne per ottenere una vittoria.
A rafforzare le preoccupazioni contribuiscono gli episodi registrati in Germania. Il Consiglio di sicurezza nazionale tedesco si è riunito sotto la guida del cancelliere Friedrich Merz per esaminare quanto avvenuto all’aeroporto di Lipsia, dove le autorità hanno reso noto il ritrovamento di un drone bomba nelle vicinanze di quattro aerei ucraini della Antonov Airlines.
Secondo la Süddeutsche Zeitung, uno degli aerei sarebbe rientrato il giorno precedente da una missione durante la quale aveva trasportato munizioni da Parigi verso est, tornando poi vuoto. Altri due droni sono stati avvistati giovedì sera mentre sorvolavano una base militare a Mechernich, nel Nordreno-Westfalia.
L’ambasciata russa a Berlino ha definito il caso di Lipsia una “provocazione frettolosamente orchestrata” con l’obiettivo di accusare Mosca di un attacco ibrido. Secondo la rappresentanza diplomatica russa, invece, “la vera minaccia per la Germania” sarebbe rappresentata “dai politici che, con entusiasmo, elaborano scenari di una rapida guerra con la Russia”.
La risposta europea alla crescente instabilità passa però anche dalla costruzione di una maggiore autonomia tecnologica. Mentre si profilano nuovi esborsi del prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore di Kiev, Bruxelles ha avviato la fase operativa di Iris², la futura costellazione satellitare europea destinata a fornire all’Ue capacità autonome nelle comunicazioni e nella connettività sicura, anche come alternativa continentale a Starlink.
La Commissione ha concluso i negoziati con il consorzio pubblico-privato SpaceRISE. Il nuovo accordo prevede 66 satelliti aggiuntivi, per un totale di 348, con i primi lanci programmati dal 2029 e la piena operatività prevista nel 2030.
Per il commissario europeo alla Difesa e allo Spazio Andrius Kubilius, l’obiettivo è costruire “un’Europa più forte nello spazio”. Un tassello della stessa strategia che, dalle sanzioni alla difesa aerea, dai satelliti ai missili intercettori, punta a ridurre le dipendenze strategiche del continente mentre la guerra in Ucraina continua a mettere sotto pressione le capacità militari occidentali.
