Accerchiato politicamente e mediaticamente. Accusato di fallimento e inerzia il quel sanguinoso 7 ottobre che ha segnato uno spartiacque nella storia di Israele. Indietro nei sondaggi, in vista delle cruciali elezioni del 27 ottobre, che molti considerano un referendum sul suo operato. Benjamin Netanyahu, come nel suo stile, passa al contrattacco all’indomani delle rivelazioni di Haaretz, secondo cui il primo ministro israeliano sarebbe stato avvisato con dieci giorni di anticipo dell’attacco di Hamas dal leader degli Emirati Arabi uniti, Mohammed Bin Zayed (Mbz), ma ignorò gli avvertimenti. Il tenace Bibi, che punta al quarto mandato, annuncia querela ai danni del quotidiano israeliano, smentisce nuovamente la telefonata con Mbz e punta il dito contro l’opposizione di sinistra, parlando di «calunnia chiaramente orchestrata a fini politici», certo che se lo avessero avvertito dei segnali di un attacco, «il terribile massacro avrebbe potuto essere evitato». Eppure, secondo le ricostruzioni, il premier non chiamò i vertici militari nemmeno il 7 ottobre e ci mise tre ore, quel giorno, per arrivare al quartier generale della Difesa dopo la notizia.
Non è tutto. Mentre Bibi visita il Monte Hermon ieri, al confine con la Siria, promettendo che non permetterà «a nessun esercito terrorista di stabilirsi lungo il nostro confine» e convinto che si sia «molto vicini» alla caduta del regime in Iran, a gettare altra benzina sul fuoco contro di lui è Army Radio, la stazione radiofonica ufficiale gestita e finanziata dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf) e di cui il governo Netanyahu ha chiesto la chiusura nel dicembre 2025, sostenendo che «minasse lo sforzo bellico e il morale», finendo per essere fermato dalla Corte Suprema. Secondo l’emittente, il servizio di sicurezza interna Shin Bet, che in base all’inchiesta dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval non fu allertato da Netanyahu dei rischi sul 7 ottobre, avrebbe invece segnalato al premier gli avvertimenti ricevuti dalle controparti egiziane sulle intenzioni di Hamas di «far tremare il suolo di Gaza», ma anche in quel caso fu ignorato dal primo ministro.
A 47 giorni dal voto, il clima si fa incandescente in Israele. Il 7 ottobre continua a dividere. Le opposizioni e i parenti delle vittime continuano a chiedere una commissione d’inchiesta indipendente sul massacro, ma a distanza di quasi tre anni, Netanyahu e la sua coalizione di governo continuano a impedirla.
Il premier è inoltre sotto fortissima pressione diplomatica dopo che 12 Paesi (su iniziativa della Gran Bretagna) hanno chiesto la fine delle «azioni illegali» in Cisgiordania, e deciso di sanzionare con un blocco totale le importazioni di merci dagli insediamenti nel West Bank. Otto Paesi arabi e musulmani hanno accolto la misura «con favore». Per ritorsione, Israele ha ordinato entro 30 giorni la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est. Secondo Axios, Donald Trump è stato avvertito da Londra della mossa sui coloni e non si è opposto. Non è una buona notizia per Bibi. Ma il premier è conosciuto come «il Mago», per la capacità di sopravvivere politicamente. Tra due mesi si capirà se ha mantenuto il tocco.
