Il giocoliere, il sopravvissuto e l’Angelo sterminatore. Le sorti del mondo non avrebbero potuto essere affidate a un triangolo più improbabile e pericoloso: Donald Trump, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. E non c’è da meravigliarsi che la pace resti un obiettivo lontano tanto sono diversi tra loro per linguaggi, categorie mentali, modo di porsi nel mondo.
The Donald sembra sempre di più (e sempre peggio) ispirato al mantra del suo antico sodale, Steve Bannon. Flooding the zone, era la parola d’ordine di quest’ultimo: quando hai un problema la scelta migliore che puoi fare è «allagare la politica» di stupidate (Bannon usava di solito il termine più crudo ma anche più esatto: shit), di trovate che non contano e non pesano nulla ma che hanno la funzione di riempire tutti i canali comunicativi distraendo ed emozionando. Ieri il presidente Usa ha diffuso un video realizzato con l’intelligenza artificiale: lui che salta nel recinto di una tigre con cui si mette a giocare. È il calco esatto del filmato circolato su tutti i social nei giorni scorsi e che riprende un giovane inglese con gravi disturbi mentali che si offre a una tigre in uno zoo nel Nord dell’Inghilterra e ne finisce sbranato. Immagini terribili che in nessuno susciterebbero il desiderio di imitazione o la volontà di scherzare. In nessuno salvo che in Trump.
L’accordo con la Russia sul diesel, con le diversità del caso, obbedisce a questa logica. Dal punto di vista sostanziale, tutti gli esperti lo hanno sottolineato, non vale nulla: il Cremlino si è impegnato a esportare nel mondo 300mila tonnellate in ottobre, 500mila in novembre, 1 milione in dicembre. Visti i danni subiti alle raffinerie non si sa nemmeno se è in grado di farlo, in ogni caso solo gli Usa consumano 500mila tonnellate di diesel al giorno: si tratta di una goccia in un mare. Eppure grazie a questa goccia il presidente ha ripreso il pallino in mano, concionato gli elettori, accusato Zelensky, vellicato l’amico Putin.
Ma se Donald sembra un funambolo in difficoltà, il collega del Cremlino ormai ha assunto, nella sua cupa immobilità, le fattezze del «Dottor morte», tanto da assomigliare all’enorme ritratto, metà volto-metà teschio, che a Riga, in Lettonia, hanno innalzato di fronte all’ambasciata russa. Sempre di più i suoi interventi pubblici sono centrati sulla celebrazione dell’estremo sacrificio, del dono della vita alla patria, della subordinazione dell’individuo alla comunità che si esprime nella morte in battaglia. A ogni proposta di tregua reagisce allo stesso modo, con un no: se ne parla quando avremo raggiunto i nostri obiettivi. La realtà è che il suo potere, la sua stessa esistenza fisica sono ormai legati al conflitto. «La guerra è parte integrante del putinismo, così come il putinismo è parte integrante della guerra», hanno scritto su Foreign Affairs due studiosi americani, Michael Kimmage e Maria Lipmann. Nella guerra Putin ha trovato il compimento del suo disegno politico: l’unione, verrebbe da dire «mistica», di stato e nazione nella sua persona. «L’operazione militare speciale finirà, prima o poi, ma abbiamo bisogno di questo spirito di unità e dobbiamo preservarlo», ha detto di recente in un incontro con i vertici della Marina a San Pietroburgo.
In mezzo a tanto rispettabili personaggi resta il vaso di coccio Zelensky. Un vaso di coccio che, però, ha trovato fin qui il modo di cavarsela sempre: è sopravvissuto alla guerra lampo del febbraio 2022 e alla guerra di posizione che è venuta dopo. Sul piano internazionale è passato dalla solidarietà generale ai calci nel sedere (nemmeno troppo metaforici) di Trump. La sua gente continua a morire. Su di lui, e anche su di noi, pesano le parole di quel pazzo travestito da filosofo che è Alexander Dugin: «Se per la Russia la scelta è tra la sconfitta e l’atomica, non c’è dubbio che sceglierà l’atomica. Chi sogna la sconfitta della Russia sogna la fine del mondo».
