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Guerra

Usa-Iran, stop ai raid. Si ritenta il negoziato

Frenata del tycoon per i timori sulla fine delle scorte dei missili di difesa Patriot. Ma Khamenei: “Non resta che la jihad”

A vessel transits the Bab el-Mandeb Strait off the coast of southern Yemen on July 25, 2026. A spokesman for Yemen's Houthis had said on July 24 that the rebels were not blocking traffic through the strategic Bab al-Mandeb Strait, after they declared a maritime embargo this week on their foe Saudi Arabia. The Iran-backed group attacked a Saudi ship in the nearby Red Sea after announcing the blockade, which threatens the top oil exporter's ability to get its supplies to the world following Iran's parallel blockade of the Strait of Hormuz, the kingdom's only other maritime route. (Photo by Khaled ZIAD / AFP) /

L’escalation è accantonata, almeno per ora. I bombardamenti americani sull’Iran sono stati sospesi e i negoziati fra Washington e Teheran sono pronti a ripartire. Al termine di due settimane che hanno fatto temere il peggio, fra raid statunitensi sulla Repubblica islamica e bombardamenti iraniani sulle basi Usa e le infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, i colloqui per tentare di trovare una soluzione diplomatica alla crisi potrebbero ricominciare presto a Doha, Islamabad o Ginevra. Teheran ha fatto sapere di essere disponibile a nuove trattative dopo due giorni di relativa quiete, con Donald Trump che ha deciso di interrompere per la seconda notte gli attacchi al regime e la teocrazia che ha annunciato di conseguenza la sospensione delle sue azioni, definite «di ritorsione».

La decisione iraniana arriva dopo che funzionari dell’Oman si sono recati a Teheran venerdì per colloqui. Secondo Mike Waltz, l’ambasciatore americano all’Onu, Donald Trump ha scelto di frenare per dare spazio ai mediatori. Ma dietro alla frenata potrebbe esserci di più. Nonostante il presidente fosse pronto a una nuova offensiva su larga scala, a determinare la scelta di mettere in pausa gli attacchi sarebbe stato il timore che l’intensificarsi del conflitto possa esaurire le scorte degli intercettori Patriot e altre munizioni per la difesa aerea, già ridotte a causa della guerra. Secondo il New York Times, venerdì scorso il presidente ha discusso con la sua squadra della diminuzione dei missili per la difesa tattica. Sia il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti, sia il vicepresidente JD Vance hanno avvisato il tycoon dei rischi di un’escalation, con il comandante di Centom, Brad Cooper, convinto che la campagna di bombardamenti abbia raggiunto il limite di efficacia.

Lo scontro è congelato al momento, anche se l’ambasciatore Waltz precisa che gli Usa rimangono «pronti a tutto» e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, non si sa se ancora vivo, morto o ferito, ha scritto ai libanesi di Hezbollah in una lettera al segretario generale del gruppo pubblicata su Telegram, che «non resta altra via se non la jihad e la resistenza». A tentare di convincere Trump a non mollare sull’Iran sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu, a Washington domani. L’ultima incontro tra i due risale a febbraio, poco prima dell’avvio della guerra. Notizie di intelligence alla mano, Bibi mostrerà i passi accelerati che Teheran starebbe compiendo per riprendere il programma nucleare.

L’instabilità nell’area resta alta, dallo stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb, utilizzati come arma dall’Iran, che nel Mar Rosso si sta servendo dei suoi alleati, i ribelli yemeniti Houthi, per aprire un altro fronte. Nel mirino l’Arabia saudita, contro cui gli integralisti sciiti hanno ripreso gli attacchi e gli scontri in Yemen. La libera navigazione è ancora un miraggio, con il blocco Usa ai porti iraniani che permane a Hormuz e la pretesa di Teheran di controllarlo. A preoccupare sono anche le mine disseminate dai pasdaran nello Stretto. Una petroliera è esplosa ieri dopo averne urtata una. Pace o guerra, lo sminamento sarà una delle grandi sfide su Hormuz.

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