I piumetti che amavano le ragazze e la farinata

I piumetti che amavano le ragazze e la farinata

I primi piumetti di quella stagione fecero la loro apparizione sulla costa di Ponente nel mese di marzo, l'anno era il 1944. Vennero col treno da Alessandria, ma i soldati erano per lo più lombardi. Giovani, belli e infervorati quelli del Secondo battaglione. I tedeschi li misero a presidiare i bunker sulla costa, l'ordine era di impedire un previsto sbarco americano. Naturalmente l'arma base dei soldati era il piccolo moschetto 1891 detto «da cavalleria», che sparava sei colpi. Quei bunker non erano fatti per loro, erano stati fatti per essere occupati da anziani territoriali, non per chi ama la luce e il movimento. I giovani bersaglieri avevano subito addocchiato la situazione: sole, mare, ragazze, vino e fiori. Gli ufficiali erano più grandi, degli autentici veterani di Grecia, Russia, Jugoslavia. Sapevano dire «kalimera» e «carasciò», mentre la truppa aveva imparato «bitte» e «verboten». Si preannunciava una primavera da volontari di guerra, tutta per loro, che avevano lasciato i banchi di scuola per inseguire sogni guerrieri, la difesa del «sacro suolo della Patria», etc., etc. Strana guerra: routine di guardie, scorci di panorami mozzafiato, qualche aereo nemico basso sul mare. Giravano canzoni di guerra come «Piume baciatemi» o «Flik flok». Diciotto-diciannove anni, muscoli abbronzati e tanta voglia di mangiarsi il mondo, perché i bersaglieri lombardi andavano pazzi per la farinata di Savona, il vino di Albenga e le zucchine ripiene. E le galline? Quante finirono in pentola, prime vittime di una lotta senza regole? All'ora del rancio i più sfacciati urlavano «O Roma, o morte!». Il «Roma» era in realtà il nome di uno scadente formaggino che veniva distribuito in razioni sempre più smilze.
La loro «Fortezza Bastiani» divenne in breve la costa da Savona a Ventimiglia, con tutta una serie di piccoli presidi nell'interno: Baiardo, Pietrabruna, Ceriana, e altri posti che, nel giro di pochi mesi, si rivelarono delle trappole. Gli americani non sbarcarono mai lì, ma in Francia, e i partigiani - fattisi forti nell' estate - erano i soli contro i quali bisognava rivolgere le armi. Nessuno li vedeva, nessuno li sentiva. Di giorno quelli del Secondo presidiavano sdraio e ombrelloni abbandonati, ma di notte, le sentinelle incominciarono a fare le spese di una guerra fratricida. Chi lo avrebbe mai detto, dietro al sorriso e al primo timido appuntamento con quella ragazza di paese si poteva celare la bocca - molto meno sensuale - di un mitra comunista. Successe a tanti, a troppi, di morire a tradimento con due colpi nella schiena. Successe ad Albano Bellato, al caporale Gazzaniga, al sergente Cacciamatta e a molti come loro. Non che dormissero, sia chiaro. Vinsero alcune storiche battaglie, come quella di Baiardo del 17 marzo 1945, contro i partigiani del posto, tra i quali militava un giovane Italo Calvino. Se poi questi ultimi avevano la sfortuna di imbattersi nei tostissimi piumetti bresciani o bergamaschi, erano botte che volavano. I bresciani facevano gruppo a parte, isolati per vocazione e per colpa del dialetto, incomprensibile anche ad un milanese. I bresciani, figli di alpini, non capivano i partigiani, non capivano il comunismo dei loro volantini deliranti. Per loro restarono sempre i «sensa-Dio», pronunciato con l'orrore che i montanari provano per gli atei. I bergamaschi, al contrario, rumorosi e allergici alla disciplina, si facevano però in quattro per tenere la guerra lontana dalle fasce di ulivi, dai borghi silenziosi. Il loro sacramentare racchiudeva in realtà una fede purissima. Ma erano veramente fascisti i bersaglieri del Secondo battaglione? L'esercito, sì, era quello della Repubblica di Mussolini, l'educazione era stata quella del regime, i miti e le spinte quelle della Patria. Ma poi basta. C'era uno spirito goliardico. Il vecchio colonnello Tarsia, nella caserma milanese di Porta Nuova, li aveva toccati nel cuore con poche parole, e loro si erano arruolati.
Qui nel Ponente riuscirono a commuovere i pur duri contadini liguri. Venne il 4 novembre, sulla piazzetta di Ceriana. C'era tutto: il tricolore, la fanfara con gli ottoni lucenti, quella autentica dei bersaglieri, il reparto schierato tirato a lustro e un frate come Fra Ginepro da Pompeiana per la Messa e il discorso di rito. Uscirono di casa i vecchi, esitanti, col fazzoletto in mano. Travolti dal sentimento, accennarono un breve saluto romano con il viso in lacrime, loro che la guerra l'avevano fatta davvero, sul Carso trent'anni prima. Sporca e fratricida, questa guerra si trasformò in imboscate, sparatorie notturne, prelievi di uomini e funerali deserti. Sui muri, scritte contrapposte: Viva Graziani e Viva Stalin. Non c'era più spazio per i sentimenti, per la goliardica spavalderia di un battaglione di ventenni. Ogni finestra, ogni contadino, poteva nascondere un nemico mandato sulla terra per spegnere una vita, per aggiungere un nome, un cognome e un' età sul telegramma da spedire a Bergamo o a Varese.
Anche sul confine francese i bersaglieri seppero distinguersi. La guerriglia la facevano le camicie nere, quelli con lo sguardo di fuoco e il baffo a punta, che inseguivano i «ribelli» su per valli e paesi ostili. I bersaglieri dei Balzi Rossi o del Grammondo, alternati ai tedeschi, combatterono solo contro americani e francesi di De Gaulle. Ma la morte aveva lo stesso tratto, e un giorno di gennaio si prese, con una scheggia d'obice, il caporale genovese Domenico Todaro. I tedeschi, questi strani testoni quadrati, la guerra la sapevano fare, erano sempre pronti a trovare una vite fuori posto, una gavetta sporca, un fucile senza baionetta. Eppure ammiravano in segreto i bersaglieri. Sapevano che sotto quel fez rosso, sotto quelle piume di gallo, c'erano dei soldati con una lunga tradizione alle spalle. Sapevano come si erano impegnati in Libia e in Russia, li avevano visti andare all'assalto di corsa, lanciando bombe e urla disumane, e quasi non capivano come potessero essere quegli stessi ragazzini chiacchieroni che si trovavano a fianco ora, ora che la guerra era bella che persa.
Già, la guerra finiva. Chi andava in licenza cercava nello sguardo e nelle parole dell'ufficiale quella sfumatura, quell'ammiccamento che volesse dire «stai a casa, non tornare, che la guerra è finita» Tanti lo credettero. Lo credette un puro come il caporale Angelo Cosentino. Ascoltò l' ufficiale, prese una tuta da operaio e si diresse verso casa con il cuore in tumulto. Ai primi di maggio 1945, insieme ad altri tre sventurati, fu falciato dai colpi dei partigiani, per i quali - è noto - pietà l'era morta. Non cedettero le armi i plotoni e le compagnie sempre più stremate che si accodarono alla 34ª Divisione di fanteria tedesca in ritirata attraverso il Piemonte.
Lasciavano per sempre la Liguria, i muri a secco e gli scorci sul mare. Qualche ragazza piangeva di nascosto, i lombardi misero nello zaino i loro amori. Erano gruppi in bicicletta, su camion scassati, carri a cavallo, i più a piedi, sparacchiando quà e là contro i ribelli che li attendevano agli incroci. In uno scontro fu colpito il caporalmaggiore Livio Valentini, e fu portato ferito fino a Torino. Ovvero dalla padella alla brace. Nel maggio 1945, attraversando in incognito una città dedita alla caccia al fascista, protetto solo da un abito civile e da un santino di Fra Ginepro nella tasca, riuscì miracolosamente a giungere in Trentino, nella sua Rovereto. Livio sopravviverà tanto da raccogliere nomi e memorie dei suoi amici caduti (più di 100), e a tramandare la memoria di tutti quei ragazzi lombardi, l' eco straordinaria delle fanfare, il luccichio dei piumetti al vento, la breve stagione del Secondo battaglione bersaglieri tra le spiagge e i borghi di Ponente.

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