Ma i talebani non stanno vincendo

Il Vietnam è sempre lì ad insegnarlo. In un conflitto se mancano la volontà di vincere e il sostegno dell’opinione pubblica si rischia di tornare a casa sconfitti anche senza aver perso una sola battaglia. Nell’Afghanistan d’oggi, nell’Italia che piange il sacrificio di sei ragazzi serpeggia qua e là la stessa sindrome da inevitabile sconfitta. Quella sindrome rischia di farci accettare l’assioma dei talebani vittoriosi. Un assioma infondato e scollegato da quanto avviene sul terreno. Le recenti elezioni presidenziali lo dimostrano, con l’efficacia di una cartina di tornasole. Poche settimane prima del voto gli insorti minacciano di morte chiunque andrà alle urne, assicurano di esser pronti a bloccare le strade, annunciano la distruzione dei seggi. È solo un bluff. Alla resa dei conti l’offensiva talebana si limita a un lancio di missili contro il quartiere delle ambasciate di Kabul e a un paio di sanguinosi attentati suicidi simili a quello subito giovedì dai nostri paracadutisti.
Quegli attacchi di stampo terroristico rivelano l’inconsistenza militare degli insorti. Privi di un reale sostegno popolare non riescono a penetrare i centri urbani mentre nelle zone rurali la mancanza d’armi ed effettivi gli impedisce di affrontare le forze straniere. Gli unici veri attacchi letali colpiscono unità dell’esercito o della polizia afghana, il ventre molle del fronte anti talebano, le forze che i nostri soldati e il resto della Nato stanno ancora addestrando. Ed eccoci al punto, al nocciolo del problema trasformato nel falso assioma dell’imminente o inevitabile vittoria talebana. Addestrare 135mila soldati e 82mila poliziotti, richiede tempo, ma è l’unico modo per trasferire agli afghani la responsabilità del mantenimento della sicurezza e progettare un possibile futuro ritiro. Tutto ciò richiede molto tempo mentre - spiega il generale britannico Nick Carter, futuro comandante delle forze Nato in Afghanistan - i governi e le opinioni pubbliche occidentali esigono risultati immediati. «Non ci concediamo il lusso del tempo, ma a ben pensarci 18 mesi fa nel sud del paese c’erano soltanto 1500 soldati americani contro i 25mila di oggi ...senza contare l’incredibile dispiegamento di risorse capace dal prossimo anno di far la differenza». Non concedersi il lusso del tempo, andare nel panico per mancanza di successi immediati rappresenta, insomma, la vera debolezza capace di trasformare un progressivo successo strategico in un’immediata sconfitta psicologica.
Il richiamo alla pazienza deriva dall’analisi degli errori commessi tra il 2001 e la prima metà del 2008 quando Stati Uniti e Nato assistettero passivamente al crescere della minaccia talebana. Mettere a punto una nuova strategia, schierare gli uomini necessari per imporla, riconquistare - come predica il nuovo generale americano Stanley McChrystal - il cuore e la mente degli afghani richiede molto più di sei mesi. Eppure i risultati già si vedono.
L’esempio più evidente sono i successi conseguiti dai nostri paracadutisti nonostante la strage di giovedì e l’uccisione, a metà luglio, del caporal maggiore Alessandro di Lisio. Combattendo al fianco dell’esercito afghano vere e proprie battaglie campali in cui hanno neutralizzato decine di talebani i parà della Folgore si sono garantiti, senza perdere un solo uomo, il pieno controllo dell’avamposto nord occidentale di Bala Mourgab. Il loro successo più evidente in quella zona è stata la quasi-resa degli insorti che, caso unico nel paese, hanno accettato a luglio di discutere con le forze governative una tregua elettorale. Anche a Farah, la più calda delle quattro province sotto comando italiano, la Folgore si è garantita, utilizzando la forza delle armi e il dialogo con i civili, piena libertà di movimento per le proprie colonne e gli alleati governativi. I talebani abituati ad attaccarli nascondendosi nei centri abitati hanno progressivamente rinunciato al combattimento. Oggi l’unica loro forza sono gli attacchi suicidi e le trappole esplosive. Fanno male, trasmettono insicurezza e rallentano gli spostamenti, ma non assicurano né il controllo del territorio, né il sostegno della popolazione, né quell’imminente futura vittoria talebana pronosticata da schiere di nuove Cassandre.